Iran
Aggiornato Mar 30 Giu 2026 alle 12:08Le ultime notizie sull’Iran ai Mondiali 2026 raccontano una storia che va ben oltre il calcio: una vicenda intrecciata con la geopolitica, la diplomazia internazionale e le tensioni tra Washington e Teheran. Dopo settimane di incertezza, polemiche sui visti e minacce di forfait, il Team Melli è riuscito a prendere parte alla competizione iridata, portando con sé tutto il peso di un contesto storico straordinariamente complicato.
Iran ai Mondiali: un percorso ad ostacoli
La strada verso i Mondiali 2026 è stata tutt’altro che semplice per la nazionale iraniana. Per settimane, la partecipazione del Team Melli è rimasta appesa a un filo, con il problema dei visti statunitensi al centro di tutto. Le autorità americane avevano inizialmente negato l’ingresso a diversi membri chiave della delegazione, tra cui il segretario generale della federazione e il suo vicepresidente, oltre ad altre figure dello staff tecnico e dirigenziale. La federazione iraniana aveva denunciato una situazione che, a suo dire, negava alla nazionale la possibilità di competere ad armi pari.
A complicare ulteriormente il quadro, gli Stati Uniti avevano revocato la quota di biglietti riservata ai tifosi iraniani per le partite della fase a gironi, una decisione definita dalla federazione di Teheran «contraria allo spirito delle competizioni internazionali». Il campo base, inizialmente previsto a Tucson in Arizona, era stato spostato a Tijuana, in territorio messicano, con la squadra costretta a spostarsi negli USA esclusivamente per le partite. Il Messico aveva accolto gli iraniani con calore, con cori e striscioni e il virale «Vamos Iran» diventato simbolo di una solidarietà inaspettata.
A tenere in piedi la baracca ci aveva pensato anche il presidente FIFA Gianni Infantino, che alla vigilia del torneo aveva dichiarato di essere stato «pronto a mettersi personalmente alla guida del loro bus da Teheran». Le parole di Infantino avevano fotografato bene quanto la FIFA avesse lavorato per garantire la presenza iraniana, in un contesto in cui le pressioni politiche rischiavano di travolgere tutto.
Il debutto sul campo e le nuove polemiche
Una volta superati gli ostacoli burocratici e diplomatici, l’Iran ha fatto il suo esordio al Mondiale il 15 giugno al SoFi Stadium di Los Angeles, pareggiando per 2-2 contro la Nuova Zelanda davanti a circa 70.000 spettatori. Una partita spettacolare, con i neozelandesi che si erano portati in vantaggio in due occasioni grazie alla doppietta di Elijah Just (7′ e 55′), e l’Iran capace di reagire entrambe le volte con le reti di Ramin Rezaeian al 32′ e Mohammad Mohebi al 64′.
Ma anche sul campo le polemiche non hanno tardato ad arrivare. Il caso Mohebi ha fatto rapidamente il giro dei social: il centrocampista del Rostov, dopo aver segnato il gol del pareggio, si è esibito in una doppia esultanza. La prima, la celebre «ice in my veins» presa in prestito dall’NBA, è passata quasi inosservata. La seconda, invece, ha scatenato un putiferio: molti tifosi statunitensi hanno interpretato il gesto come la simulazione di uno sparo con una pistola rivolto al pubblico. Mohebi ha provato a spegnere le polemiche spiegando che si era trattato di «un gesto spontaneo, solo un’esultanza», ma sui social sono fioccati insulti e minacce nei suoi confronti, con qualcuno che ha persino proposto di fischiarlo a ogni tocco di palla nelle partite successive.
Nel Gruppo G, dopo la prima giornata, tutte e quattro le squadre si trovano appaiate in classifica: oltre al 2-2 tra Iran e Nuova Zelanda, anche Belgio ed Egitto avevano pareggiato 1-1. Una situazione di equilibrio perfetto che rende ogni partita decisiva. Il prossimo impegno dell’Iran è proprio contro il Belgio, in programma oggi 21 giugno a Los Angeles, prima della sfida conclusiva del girone contro l’Egitto di Mohamed Salah, fissata per il 27 giugno a Seattle.
Il sogno sfumato del ripescaggio italiano
Sullo sfondo di tutta questa vicenda aveva aleggiato per settimane il tema del possibile ripescaggio dell’Italia. In base all’articolo 6.7 del regolamento FIFA, che prevede la possibilità di sostituire un’associazione ritirata o esclusa con un’altra federazione, gli Azzurri — primi tra le non qualificate nel ranking FIFA — sarebbero stati i principali candidati in caso di forfait iraniano. Una speranza alimentata dalle continue incertezze sul fronte diplomatico e sostenuta anche da Paolo Zampolli, inviato speciale dell’amministrazione Trump, che aveva dichiarato di aver proposto direttamente a Trump e a Infantino la candidatura italiana.
Ma la ferma volontà del Team Melli di partecipare al torneo, ribadita a più riprese dal presidente federale Mehdi Taj e dalle parole dell’ex Inter Mehdi Taremi — «il nostro dovere è rendere felici le persone» — ha progressivamente chiuso ogni spiraglio. Lo stesso Zampolli aveva alla fine alzato bandiera bianca: «Purtroppo le cose non sono andate così». L’Iran è ai Mondiali, tra mille difficoltà, e il sogno azzurro è rimasto tale.