ripescaggio italia ai mondiali

Aggiornato Gio 23 Lug 2026 alle 10:53

Il ripescaggio dell’Italia ai Mondiali 2026 è rimasto un sogno nel cassetto. Nonostante le settimane di speranze alimentate dalla tormentata vicenda dei visti iraniani, la nazionale azzurra non ha mai trovato lo spiraglio necessario per entrare dalla porta di servizio nella rassegna iridata disputatasi in Canada, Stati Uniti e Messico. A consuntivo, il torneo si è rivelato uno degli eventi sportivi più politicizzati della storia recente, con le polemiche extraterritoriali che hanno spesso oscurato quanto accaduto in campo.

La questione Iran e il miraggio del ripescaggio

Per settimane, l’ipotesi di un forfait dell’Iran aveva tenuto viva la speranza italiana. La nazionale guidata dal CT Amir Ghalenoei aveva vissuto un avvicinamento al torneo da incubo: i difficilissimi rapporti diplomatici tra Washington e Teheran, aggravati dal conflitto scoppiato a febbraio, avevano generato una serie di ostacoli burocratici senza precedenti. Le autorità statunitensi avevano inizialmente negato i visti a numerosi membri della delegazione, tra cui il team manager, il direttore esecutivo, il fotografo e il responsabile della comunicazione. Il capitano Ehsan Hajsafi si era rivolto direttamente alla FIFA attraverso i canali ufficiali, chiedendo un intervento risolutivo. La federazione iraniana aveva persino denunciato la revoca della quota di biglietti riservata ai propri tifosi, pari all’8% dei tagliandi disponibili per ciascuna gara, definendo la decisione «contraria allo spirito delle competizioni internazionali».

Il presidente FIFA Gianni Infantino aveva ammesso apertamente di essere stato disposto a tutto pur di garantire la presenza del Team Melli, arrivando a dichiarare con una punta di teatralità: «Ero pronto a mettermi personalmente alla guida del loro bus da Teheran». Alla fine, l’Iran aveva partecipato al torneo, scegliendo Tijuana come base operativa in territorio messicano e spostandosi negli Stati Uniti esclusivamente per le partite. La determinazione di Infantino a tenere l’Iran nel torneo aveva di fatto chiuso ogni porta all’Italia, rendendo sempre più remota l’applicazione dell’articolo 6.7 del regolamento FIFA che avrebbe potuto aprire le porte agli Azzurri.

Anche Paolo Zampolli, inviato speciale dell’amministrazione Trump e principale sostenitore della causa azzurra negli ambienti americani, aveva alla fine alzato bandiera bianca. Il sogno del ripescaggio si era dissolto prima ancora del calcio d’inizio.

Un Mondiale avvolto nelle polemiche politiche

Se l’Italia ha guardato il torneo dalla televisione, il dibattito attorno alla manifestazione non si è certo spento con il fischio d’inizio. Il caso che ha fatto più scalpore a livello internazionale è stato quello dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, selezionato dalla FIFA tra i 52 direttori di gara per la fase finale e respinto alla frontiera statunitense nonostante fosse in possesso di un visto regolare. La sospensione dei visti imposta dall’amministrazione Trump per 75 Paesi, Somalia inclusa, aveva di fatto escluso quello che sarebbe stato il primo arbitro somalo nella storia dei Mondiali. Il caso Artan aveva scosso il mondo del calcio ben prima del via al torneo, diventando il simbolo di una gestione dei visti giudicata inaccettabile da più parti.

La risposta della FIFA era stata tiepida e aveva alimentato ulteriori critiche. Il portavoce dell’organizzazione aveva precisato che «la FIFA non è coinvolta nelle politiche migratorie del Paese ospitante», una posizione ribadita dallo stesso Infantino con la formula: «Non possiamo intrometterci nelle politiche migratorie di un Paese organizzatore». Parole che avevano fatto il giro del mondo, ispirando tra l’altro la copertina al vetriolo de L’Équipe, che aveva ritratto Trump con la Coppa del Mondo in mano e Infantino trasformato in un burattino, con ai lati l’arbitro Artan e un agente dell’ICE mascherato. Il titolo, «Welcome to the USA», era diventato virale.

A parziale consolazione per Artan era arrivata la designazione da parte della UEFA per la Supercoppa europea 2026 tra PSG e Aston Villa, disputata il 12 agosto a Salisburgo. Il presidente Aleksander Ceferin aveva spiegato la scelta con parole nette: «Il calcio è fatto per unire le persone e la UEFA vuole mostrare il suo rispetto per Omar e per le sue eccezionali capacità arbitrali». Un gesto simbolico, ma significativo, nell’ambito del memorandum d’intesa tra UEFA e CAF.

Non era mancato nemmeno lo sgarbo alla Costa d’Avorio, i cui tifosi erano stati di fatto esclusi dal torneo per le restrizioni sui visti imposte dall’amministrazione americana. «Gli Stati Uniti sono stati molto chiari: non vogliono vedere i nostri tifosi sul loro territorio», aveva dichiarato il presidente del Comitato Nazionale dei Tifosi degli Elefanti. Le tensioni sui visti avevano avvelenato l’atmosfera attorno all’intera manifestazione fin dalla vigilia, trasformando quello che avrebbe dovuto essere una grande festa globale in un campo minato diplomatico.

Il calcio italiano guarda avanti

Mentre il mondo seguiva i Mondiali, in Italia si facevano i conti con la terza mancata qualificazione consecutiva alla Coppa del Mondo. Le voci del calcio italiano si erano espresse con durezza. Bobo Vieri aveva attaccato il sistema nel suo complesso: «Noi non siamo un Paese che deve essere felice di partecipare. Abbiamo una tradizione, una storia. Non si esulta per la qualificazione, dovremmo esserci per puntare a vincere: il contrario è inaccettabile». Sulla stessa lunghezza d’onda Gianni Rivera, che aveva individuato nelle carenze del settore giovanile e nel potere eccessivo dei procuratori le radici del problema strutturale del calcio italiano. Anche Fabio Capello aveva espresso rammarico per l’assenza degli Azzurri, indicando in Antonio Conte il profilo ideale per guidare la ricostruzione della Nazionale. Persino Kylian Mbappé aveva voluto dire la sua: «Mi dispiace tantissimo, sono molto affezionato all’Italia. È un vero peccato perché l’Italia è un grande Paese di calcio». Un Mondiale senza gli Azzurri, insomma, è stato percepito come più povero anche dai protagonisti della scena internazionale.