A oltre mezzo secolo dalla storica finale del Mondiale 1970, Gianni Rivera guarda con amarezza al presente del calcio italiano
A oltre mezzo secolo dalla storica finale del Mondiale 1970, Gianni Rivera guarda con amarezza al presente del calcio italiano. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, l’ex numero 10 azzurro ha commentato il momento difficile della Nazionale, reduce dalla terza mancata qualificazione a un Mondiale negli ultimi anni: “È successo. Non nascono i campioni ed è dura senza di loro ottenere grandi risultati. Lo dico e ripeto sempre: le società non credono più alle politiche che creavano, costruivano e facevano crescere i fratelli Baresi e i Maldini. In Serie A, e anche in B, i pochi calciatori bravi ormai sono praticamente stranieri”, ha dichiarato Rivera, individuando nelle carenze del sistema di formazione uno dei principali problemi del movimento.
Secondo l’ex Pallone d’Oro, le responsabilità ricadono soprattutto sui club: “Invece di far crescere i ragazzi e portarli ad alti livelli, hanno lasciato tutto in mano ai procuratori”. Un’accusa che Rivera approfondisce ulteriormente, denunciando il peso sempre maggiore degli agenti nel calcio moderno: “Hanno invaso il calcio, pensano prima di tutto a migliorare le loro tasche. So di molte famiglie che hanno rinunciato a far proseguire i loro figli perché non avevano i soldi per pagare gli agenti. Quei bambini magari oggi sarebbero in Nazionale”.
Pur mantenendo una posizione molto critica, Rivera precisa di non voler demonizzare la categoria: “La mia non è una crociata contro la figura del procuratore, che considero comunque una delle cause dei problemi che mettono in crisi il sistema calcistico. Faccio riflessioni precise. C’è la svalutazione del talento, gli agenti hanno un potere eccessivo e i giovani sono pesantemente penalizzati. Qualcuno deve dare una mano, io sono pronto. Ma non la mano de dios di Maradona, come 40 anni fa proprio all’Azteca… Bisogna cambiare a livello istituzionale”.
L’ex campione ha poi affrontato il tema delle imminenti elezioni federali, schierandosi apertamente a favore di Giancarlo Abete nella corsa alla presidenza della FIGC: “Sono due persone perbene, due uomini di sport. Io scelgo Abete perché ha sempre amato il calcio e lo conosce profondamente e, soprattutto, perché condivido tutti i punti chiave del suo programma elettorale: riforma strutturale dei campionati, revisione dei format, pianificazioni, agevolazioni, valorizzazioni dei vivai, rilancio delle Nazionali e tanto altro. Mi dispiace, amareggia invece che l’Associazione calciatori sostenga il programma di Malagò”.
Rivera ha infine ricordato la nascita dell’Associazione Italiana Calciatori, fondata nel 1968 insieme a Sandro Mazzola, Giacomo Bulgarelli, Giancarlo De Sisti e all’avvocato Sergio Campana. “Allora il Movimento studentesco sventolava la coscienza di classe, noi calciatori parlavamo di coscienza professionale. Quando siamo partiti eravamo considerati nababbi, c’erano molti pregiudizi. Per la gente eravamo una categoria di miliardari viziati. Ma i privilegiati erano pochi, siamo diventati un importante movimento. Il calcio è dei calciatori, l’associazione è nostra. Adesso è tutto condizionato e inquinato dai procuratori. Questo mi dà molto fastidio”, ha concluso.