Adriano Panatta

Aggiornato Lun 20 Lug 2026 alle 23:21

Adriano Panatta è ormai una presenza fissa nel dibattito tennistico italiano, un punto di riferimento imprescindibile ogni volta che si parla di Jannik Sinner e del movimento azzurro. Le ultime notizie e dichiarazioni dell’ex campione romano confermano un ruolo che va ben oltre quello del semplice commentatore: Panatta è diventato il custode della memoria storica del tennis italiano e, al tempo stesso, il suo più autorevole interprete nel presente.

Panatta e il “fenomeno Sinner”: ammirazione e ironia

Le ultime dichiarazioni di Panatta su Sinner hanno fatto il giro del web, diventando virali per la loro ironia genuina. Intervenuto a Citofonare Rai 2, l’ex numero 4 del mondo ha fotografato con una battuta la popolarità straordinaria raggiunta dall’altoatesino: “Io ormai passo la mia vita a rispondere su Sinner. Metti caso finisce la trasmissione, io vado, prendo il taxi e almeno 20-25 persone mi dicono ‘Adriano, come sta Sinner?’ Ma io che ne so!”. Una confessione divertente che racconta meglio di qualsiasi statistica quanto Jannik sia diventato un fenomeno di massa in Italia.

Ma dietro l’ironia c’è una stima profonda e sincera. Panatta ha definito Sinner “un ragazzo straordinario e un grandissimo campione”, sottolineando come non sbagli mai una dichiarazione e sia un esempio dentro e fuori dal campo. L’ex campione ha anche preso le distanze dall’etichetta di “robot” spesso affibbiata all’altoatesino, giudicandola “una cosa orrenda”. Anzi, secondo Panatta, i momenti di difficoltà vissuti da Sinner a Parigi — dove è stato eliminato prima del previsto — lo hanno reso più umano e simpatico agli occhi del pubblico: “Ciò che gli è successo a Parigi lo rende più simpatico e umano. Altrimenti sarebbe diventato l’uomo imbattibile”. Un ragionamento lucido, che invita a non dimenticare che dietro il numero uno del mondo c’è prima di tutto un ragazzo di 24 anni, capace di andare in giro col vespino come qualsiasi altro coetaneo.

Nel corso della stagione, Panatta non ha mai nascosto le proprie analisi tecniche, anche quando andavano controcorrente. Durante gli Internazionali d’Italia, dopo la semifinale di Sinner contro Medvedev, aveva osservato nel podcast “La Telefonata” con Paolo Bertolucci: “Per la prima volta dopo tanto tempo ho visto Sinner subire i colpi da fondo campo. Lui non è abituato e, quando è costretto a rincorrere, non è il più forte di tutti”. Critiche costruttive, mai distruttive, che confermano la capacità di Panatta di guardare al campione azzurro con occhi lucidi, senza cedere all’adulazione acritica.

Il sogno di Parigi e il tennis italiano che non si ferma

Il Roland Garros ha rappresentato per Panatta un appuntamento carico di significato personale e storico. Cinquant’anni dopo il suo trionfo del 1976, l’ex campione romano era stato invitato dalla direttrice Amélie Mauresmo e dal presidente Gilles Moretton, e aveva confidato a Sinner il suo sogno: “Dopo Roma voglio premiarti anche a Parigi”. L’eliminazione dell’altoatesino ha cambiato i piani, ma non ha spento l’entusiasmo di Panatta, che ha commentato con orgoglio la presenza di tennisti italiani nelle semifinali del torneo francese — Flavio Cobolli e Matteo Arnaldi — ribadendo la sua fiducia nel movimento: “Sinner è il migliore, non cambio idea per quel blackout, ma dietro di lui c’è un gruppo di alto livello che può fare strada”.

Panatta ha anche indicato quale sarebbe stato il principale ostacolo per i tennisti italiani in corsa a Parigi: non tanto l’avversario dall’altra parte della rete, quanto la gestione della pressione emotiva. “Quando vedi il traguardo, il braccio pesa sempre un po’ di più”, ha spiegato con la saggezza di chi quella pressione l’ha vissuta sulla propria pelle. Un avvertimento prezioso, che nasce dall’esperienza diretta di chi ha vinto sul Philippe-Chatrier in un’epoca in cui il tennis italiano era tutt’altro che una potenza mondiale.

I trofei scomparsi e il legame con la storia

Non sono mancate le curiosità personali. Panatta ha rivelato di non avere più fisicamente i trofei delle sue vittorie più importanti — né quello degli Internazionali d’Italia né quello del Roland Garros del 1976: “Li ho persi. In realtà non ho nessuna coppa, non so dove siano. Penso di averle perse durante dei traslochi. Oppure forse me le hanno rubate, non lo so”. Una confessione che ha fatto sorridere, ma che non scalfisce minimamente il peso storico di quelle imprese. Curiosamente, anche Sinner ha ammesso di aver smarrito una racchetta di legno ricevuta in dono, e di non aver mai visto una partita del suo illustre predecessore: un parallelismo involontario che unisce due generazioni di campioni italiani in modo inaspettato.

Ciò che emerge con chiarezza dalle ultime notizie su Panatta è il ritratto di un uomo che ha saputo reinventarsi come voce autorevole e popolare del tennis italiano, capace di parlare ai tifosi con ironia e competenza. La sua presenza costante nei programmi televisivi, nei podcast e negli eventi sportivi lo rende un punto di riferimento unico: un ponte vivente tra il glorioso passato del tennis azzurro e un presente che, con Sinner in testa, non ha nulla da invidiare alle stagioni d’oro degli anni Settanta.