Achille Polonara

Aggiornato Gio 25 Giu 2026 alle 17:08

Achille Polonara ha detto addio al basket giocato. La notizia del ritiro, arrivata all’inizio di maggio 2026, ha colto di sorpresa il mondo della pallacanestro italiana e non solo, soprattutto perché giungeva dopo mesi in cui il giocatore marchigiano aveva continuato ad allenarsi individualmente ad Avellino, promettendo ai tifosi della Dinamo Sassari che “Polon-Air sarebbe tornato”. Invece, all’indomani della fine della regular season — che ha visto tra l’altro la retrocessione dello stesso club sardo — Polonara ha scelto di fermarsi definitivamente, con un messaggio sui social carico di emozione: “Vorrei che questo momento non arrivasse mai. Ci ho provato, riprendendo gli allenamenti individuali, ma capisco che è ora di dire basta al basket giocato perché non sarò più il giocatore di prima e voglio che mi ricordiate per quel che ero”.

Diciassette stagioni di carriera tra Serie A, Liga ACB spagnola, Süper Lig turca, campionato lituano e coppe europee. Un palmarès costruito con le canotte di Teramo, Varese, Reggio Emilia, Sassari, Baskonia, Fenerbahce, Efes, Zalgiris Kaunas e Virtus Bologna. E poi la Nazionale, con 94 presenze e 596 punti realizzati, tra cui la storica partita contro la Serbia — 22 punti per lui — che regalò all’Italia la qualificazione ai Giochi Olimpici di Tokyo. Una carriera straordinaria, però, che negli ultimi anni è stata segnata da una battaglia umana ancora più grande di qualsiasi sfida sportiva.

Un calvario lungo e durissimo

Il percorso di sofferenza di Polonara era iniziato nell’ottobre del 2023 con un intervento per la rimozione di una neoplasia testicolare, superata in tempi relativamente brevi. Il colpo più duro era però arrivato nel giugno del 2025, quando la Virtus Bologna aveva comunicato la diagnosi di leucemia mieloide acuta. Da quel momento, la vita del cestista anconetano era diventata una corsa contro il tempo: chemioterapia, radioterapia e infine un trapianto di midollo osseo eseguito a settembre presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna, grazie a una donatrice americana compatibile al 90%. Le complicazioni non si erano fermate lì: una trombosi venosa lo aveva portato in coma per una decina di giorni, un passaggio drammatico che Polonara aveva raccontato senza filtri. “Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre”, aveva confessato al Corriere della Sera.

A febbraio 2026 era arrivato un ulteriore intervento al cuore, necessario per ottenere l’idoneità agonistica. L’operazione era riuscita, e Polonara aveva ripreso ad allenarsi con rinnovata speranza. A fine marzo aveva ripreso in mano il pallone per i primi tiri dopo dieci mesi di stop, commosso come se fosse alla prima esperienza. Ad aprile si allenava ancora nella struttura messa a disposizione dall’Unicusano Avellino Basket, smentendo le voci che lo volevano lontano dal progetto di Sassari. Poi, improvvisamente, la decisione di appendere le scarpe al chiodo.

Il futuro: dalla panchina all’autobiografia

Nonostante la fine della carriera da giocatore, Polonara non ha alcuna intenzione di allontanarsi dal mondo della pallacanestro. Il 34enne ha rivelato alla Gazzetta dello Sport di stare già lavorando su un progetto da capo allenatore, con l’intenzione di iscriversi al corso regionale da allenatore in Campania e poi a quello nazionale a Bormio. Due i modelli cui si ispira: Gianmarco Pozzecco per mentalità e approccio comunicativo, e Peppe Poeta per lo stile empatico e il rapporto di fiducia con i giocatori. “Vorrei essere un allenatore diverso, più permissivo con la squadra. Vorrei essere empatico e costruire un rapporto basato sulla fiducia”, ha spiegato, guardando in casa Olimpia Milano per una delle sue principali fonti di ispirazione.

Durante i lunghi mesi di stop, Polonara aveva anche trovato la forza di pubblicare la propria autobiografia, “Il mio secondo tempo: una storia di basket, una storia di vita”, scritta insieme a Marco Garavaglia. Un’opera che racconta non solo i successi sportivi, ma soprattutto la battaglia umana di un uomo che ha saputo rialzarsi ogni volta. “In ospedale, quest’estate, ho iniziato a scriverla. Non penso al basket ma alla vita, perché la partita più importante la sto giocando fuori dal campo”, aveva spiegato. A sostenerlo in ogni momento, la moglie Erika e i figli Vitoria e Achille junior, senza i quali — come ha ripetuto più volte — non ce l’avrebbe fatta.

Le ultime notizie su Polonara restituiscono l’immagine di un uomo che, pur avendo perso la battaglia per tornare sul parquet, ha vinto quella più importante: quella per la vita. Il suo percorso, dalla fiamma olimpica di Milano-Cortina 2026 portata camminando appena uscito dalla carrozzina, fino agli allenamenti individuali di aprile, è diventato un simbolo di coraggio per tutto lo sport italiano. Ora inizia un nuovo capitolo, questa volta dalla panchina.