"In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, non importa quale posta ci fosse in palio. Questo sono io"
Novak Djokovic si racconta, tra passato, presente e futuro al Corriere della Sera, partendo da quella “inat” che nella cultura serba indica un particolare mix di orgoglio e testardaggine: “È un concetto culturale profondamente radicato nell’anima balcanica”. Proprio l’infanzia è, secondo Djokovic, il periodo che più di ogni altro ha contribuito a forgiare l’uomo e il campione. “Nei primi 15 anni gettiamo le fondamenta dell’edificio che porta il nostro nome. Io avevo già sperimentato la guerra, l’orrore delle bombe che cadono dal cielo, le notti nei rifugi con la mia famiglia e la mia gente”.
Nel suo percorso ha avuto un ruolo fondamentale Jelena Gencic, la prima grande allenatrice a credere nel suo talento. Djokovic ricorda con emozione il momento in cui, nel 2011, portò a casa sua la prima coppa di Wimbledon. “Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic. È stata la mia guida spirituale a un approccio multidisciplinare e multi-olistico alla vita, che non avrei più dimenticato. Una filosofia che ancora oggi accompagna Djokovic. “Sono fermamente convinto che ogni cosa che faccio impatti la mia performance: come mangio, come dormo, come respiro, come penso”, sottolinea.
Nel documentario “Il lupo d’inverno”, disponibile su Prime Video, il percorso di Djokovic si intreccia anche con quello di Jannik Sinner. Un paragone che il fuoriclasse serbo accoglie senza esitazioni, riconoscendo diverse similitudini tra i due. “Entrambi veniamo dalle montagne, lui dell’Alto Adige e io della Serbia. Avevamo scelto lo sci come sport, abbiamo lasciato casa a 13 anni, siamo stati costretti a diventare uomini in fretta, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Quindi, per risponderle in breve: sì, mi rivedo in Sinner”.
Il serbo individua soprattutto nella mentalità il punto di contatto più forte con l’azzurro. “Non parlerei di ossessione ma di dedizione, costante e totale, al tennis. Jannik, come me, non si accontenta mai. Ha la mentalità del campione, l’ha sempre avuta”. Per Djokovic, Sinner possiede una caratteristica che accomuna i grandi campioni: la capacità di non considerare mai sufficiente ciò che è stato conquistato. “È una forza dominante, eppure si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. E, mi creda, non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam”.
L’intervista si chiude con una domanda particolare: “Perché, quando prima Riccardo Piatti e poi Darren Cahill mi hanno avvicinato per avere consigli su come far migliorare il giovane Jannik, sono stato così generoso? Le risponderò così: perché no? In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, non importa quale posta ci fosse in palio. Questo sono io”.