Dall’Olimpiade a un futuro da sogno: Marina Rigamonti tra ballo e psicologia

Articolo di Mauro Corno

La 23enne villasantese porta avanti da sempre la sua grande passione per la danza. Lo fa parallelamente agli studi.

23 anni, idee chiare e tanti sogni nel cassetto. Marina Rigamonti, brianzola di Villasanta, graziosa località alle porte di Monza, porta avanti da sempre la sua grande passione per la danza. Lo fa parallelamente agli studi: dopo aver conseguito il diploma in ambito turistico, si è iscritta al corso di laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università eCampus. Sulle punte – ma non solo – ha iniziato il suo percorso alla locale NG dance, dove ha ballato per diversi anni. Successivamente ha frequentato per un anno la Sogni di danza nella vicina Concorezzo, prima di sostenere con grande capacità un’audizione e intraprendere l’attuale percorso formativo presso OrmarsLab. Due strade, quella della psicologia e quella della danza, su cui la ragazza sta camminando contemporaneamente con l’obiettivo, in futuro, di riuscire a farle incontrare anche dal punto di vista professionale. Intanto, in occasione di Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, è stata protagonista di una vera e propria favola: si è esibita nella cerimonia di apertura e in quella di chiusura. Sportal.it l’ha intervistata.

Quando ti sei esibita in un evento seguito da così tante persone, ti sei resa conto della dimensione di quello che stavi facendo?
In realtà sapevo che sarebbe stato trasmesso in mondovisione, quindi ero consapevole che ci sarebbero state tantissime persone a guardare. Però, quando sei lì, non te ne rendi davvero conto. Con le luci del palco non riesci a vedere bene quello che c’è intorno e, almeno personalmente, non ho sentito tutta quella pressione degli occhi puntati addosso. Ho realizzato veramente la portata dell’evento soltanto dopo, quando mi sono rivista in televisione.

Forse proprio il fatto di non vedere il pubblico ti ha aiutata a gestire meglio l’emozione?
Sì, secondo me in qualche modo mi sono quasi estraniata dalla situazione. Probabilmente è stato un meccanismo che mi ha permesso di concentrarmi su quello che dovevo fare, perché altrimenti avrei rischiato di andare nel panico. L’emozione naturalmente c’era, ma non riuscendo a vedere chiaramente chi avevo davanti era più semplice gestirla.

Alle Paralimpiadi, invece, hai percepito maggiormente la presenza del pubblico?
Sì, un po’ di più. La struttura del palco era diversa e avevamo gli atleti praticamente a bordo palco. Mentre ballavi riuscivi quindi a vederli e a percepire maggiormente la loro presenza. È stata un’esperienza differente.

Che differenza c’è stata tra le due esibizioni?
Nella prima occasione facevo parte del numero di Ghali. Eravamo in un capannone fuori da San Siro e ci hanno portati vicino allo stadio soltanto quando era arrivato il momento della nostra esibizione. Subito dopo siamo tornati nel capannone. Alle Paralimpiadi, invece, eravamo l’unico corpo di ballo e quindi è stato un continuo entrare e uscire, cambiarsi velocemente, prepararsi per un numero e poi per quello successivo. È stata un’esperienza molto più intensa da questo punto di vista.

Facciamo un passo indietro. Hai iniziato a ballare prestissimo, a tre anni. Quando hai capito che la danza poteva diventare qualcosa di più di un semplice hobby?
In realtà abbastanza tardi. Mi è sempre piaciuto anche studiare e per molto tempo non avevo le idee chiare su quale strada seguire. Dopo le medie mi avevano indicato diverse possibilità e questo, anziché aiutarmi, mi aveva lasciata ancora più indecisa. Così alle superiori ho scelto di studiare lingue. Verso il terzo anno ho scoperto l’esistenza di scuole e accademie che permettevano di studiare danza in maniera professionale e ho cominciato a pensare: “E se provassi davvero a trasformarla nel mio lavoro?”. Poi è arrivato il Covid e si è fermato tutto, quindi ho continuato il mio percorso scolastico. Dopo la maturità, non avendo ancora un’idea precisa su cosa fare, ho deciso di provarci seriamente. Ho cercato le varie accademie di Milano, ho fatto un’audizione e sono stata presa. In quel momento ho pensato che forse quella fosse davvero la mia strada. Da lì è iniziato tutto.

La danza è passione e divertimento, ma richiede anche molti sacrifici. Hai mai pensato: “Chi me lo fa fare”?
Sì, soprattutto quando ho iniziato anche l’università. Mi sono trovata improvvisamente a dover gestire una mole di lavoro che non immaginavo. Ci sono momenti di sconforto, magari un’ora in cui pensi di non farcela. Poi però mi ricordo che è stata una mia scelta e vedo che quello che sto facendo sta dando dei risultati. A quel punto penso: perché dovrei fermarmi proprio adesso? Sarebbe come buttare via tutto il percorso fatto fino a qui.

Come riesci a conciliare università e danza?
La fatica sicuramente raddoppia, ma scegliere un’università online non è stata una scelta campata per aria. Se avessi dovuto frequentare in presenza probabilmente non sarei riuscita a gestire tutto. In questo modo posso organizzarmi: studio la mattina presto quando ho lezione più tardi oppure la sera quando gli impegni con la danza sono al mattino.

Cosa studi?
Psicologia.

Cosa diresti a una bambina di cinque anni che vuole iniziare a ballare?
Prima di tutto le direi che deve piacerle davvero. Non deve farlo perché lo fanno tutte le altre bambine o perché lo vuole sua madre. Si capisce subito quando una bambina balla perché sente di doverlo fare e non perché lo desidera. La danza deve essere qualcosa che ti fa stare bene. Poi può diventare un lavoro, certo, ma non deve necessariamente esserlo. Anche nella mia famiglia è così: ho una cuginetta di undici anni e qualche volta le ho chiesto perché non provasse danza. Lei mi ha risposto semplicemente che non le piace. Ed è giusto così. La passione non si può imporre. Può nascere anche più avanti e, anche se non diventerà mai una professione, la danza resta comunque una bellissima attività.

C’è qualcosa in cui senti di poter ancora migliorare?
Sicuramente la tecnica, perché non si smette mai di perfezionarla. Anche dopo tanti anni può arrivare un insegnante diverso, magari per una lezione speciale, e improvvisamente ti ritrovi davanti a qualcosa che ti mette in difficoltà. Quindi tecnicamente c’è sempre da imparare. Poi vorrei migliorare nella capacità di comunicare le emozioni attraverso la danza. È qualcosa che ti insegnano fin da piccola, ma non sai mai davvero come quello che fai arrivi alle persone. Uno spettatore può emozionarsi tantissimo, magari persino piangere, mentre un altro può non provare nulla.

D’altra parte la danza è una forma d’arte e ogni spettatore può reagire in maniera diversa.
Esatto. Non esiste una reazione standard e non puoi obbligare una persona a provare una determinata emozione. È proprio questa una delle caratteristiche dell’arte.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?
L’obiettivo immediato è concludere l’accademia. A causa di un infortunio ho dovuto rimandare alcuni progetti, altrimenti avrei già conseguito il diploma in danza e probabilmente starei cercando anche delle opportunità per insegnare. Parallelamente spero di riuscire a ballare il più possibile, nei teatri, nelle compagnie e ovunque si presentino delle opportunità. Ma ho anche un progetto molto concreto legato agli studi: mi piacerebbe diventare danzaterapeuta. Dopo la laurea triennale in Psicologia vorrei frequentare un master in danzaterapia, così da riuscire finalmente a unire i miei due percorsi, quello universitario e quello artistico.

Come ti immagini tra dieci anni?
Sicuramente spero di essere diventata danzaterapeuta. Se tutto andrà secondo i piani, quello è il mio obiettivo principale. Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe continuare a ballare e magari essere in giro per l’Italia o per l’Europa, ovunque questo lavoro possa portarmi. Ho dedicato tantissimi anni alla danza e voglio sfruttare il più possibile tutto quello che ho imparato. Tra dieci anni avrò 33 anni e so che per una ballerina l’età può iniziare ad avere un peso, ma finché potrò continuerò a provarci. La speranza, in fondo, è l’ultima a morire.

Da oltre vent’anni Editor-in-Chief di Sportal.it si è laureato in Scienze Politiche alla Statale di Milano con una tesi su Georges Simenon. Ha scritto due libri su calciatori e allenatori italiani all’estero ("Ai confini dell’impero" e "Nuovi confini dell’Impero") e, nel 2026, "I social prima dei social". Da bimbo era certo che avrebbe giocato in serie A ma già in Seconda Categoria faticava.

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