Valentino Rossi, straziante ricordo di Marco Simoncelli: “Peso sul cuore”

Articolo di Andrea Gussoni

Valentino Rossi torna a raccontare uno dei momenti più drammatici della propria vita nell'autobiografia "Valentino Rossi, la mia storia"

Valentino Rossi torna a raccontare uno dei momenti più drammatici della propria vita nell’autobiografia “Valentino Rossi, la mia storia”, scritta insieme al giornalista Giorgio Terruzzi e in uscita martedì 10 novembre per Rizzoli. In un estratto pubblicato in anteprima dal Corriere della Sera, il nove volte campione del mondo ripercorre la tragedia di Sepang del 23 ottobre 2011, quando perse la vita Marco Simoncelli, travolto durante il Gran Premio della Malesia.

Un racconto intimo e particolarmente doloroso, nel quale Rossi ricostruisce il rapporto con l’amico, gli attimi dell’incidente e soprattutto ciò che accadde immediatamente dopo. Un ricordo accompagnato da un sentimento che lo ha tormentato a lungo: la convinzione di essere stato, almeno in parte, coinvolto in quella tragedia.

Il legame tra Rossi e Simoncelli era nato quando il pilota romagnolo era ancora giovanissimo. Valentino lo ricorda con affetto, soffermandosi anche sul suo aspetto fisico e sulla sua personalità esuberante: “L’ho conosciuto quando era un ragazzino. No, meglio, un ragazzone. Era nato nel 1987. Avrà avuto quindici, forse sedici anni. Alto, altissimo, con due gambone che arrivavano sin qua, il busto un po’ corto, le braccia lunghe lunghe, le mani grandi anche loro, le agitava parlando. Somigliava un po’ a un cartone animato, a Pippo, l’amico di Topolino. Infatti, Pippo era anche il suo soprannome. Un ragazzone simile a noi, cresciuto con la campagna attorno e il mare, la Romagna, là sotto, come un’attrazione che sta negli occhi, nella testa. Durante l’inverno tra il 2006 e il 2007 venne da me, disse: Vale, ho bisogno di migliorare, di dimagrire. Mi prendi ad allenarmi con te?”.

Il Dottore spiega poi di non aver mai considerato il Sic un rivale, nonostante entrambi fossero destinati a diventare protagonisti del Motomondiale: “Di sicuro non mi preoccupava il fatto che Marco potesse diventare un rivale, lo vedevo più come un fratello minore da sostenere. Senza saperlo, stavo trattando Simoncelli come i ragazzi che avrebbero formato l’Academy, tempo dopo. Veniva facile con il Sic perché era troppo simpatico, gentile, sempre divertente. Un cuore grande così, buono nell’animo e semplice, come noi. Amici per davvero, mentre le cose andavano bene per entrambi. Campioni del mondo in contemporanea, nel 2008, io in MotoGP, lui in 250. Pronto a debuttare in MotoGp nel 2010 con una Honda del team Gresini”.

Il passaggio più intenso dell’estratto riguarda naturalmente il Gran Premio della Malesia del 23 ottobre 2011. Rossi ricostruisce con una precisione impressionante gli ultimi istanti prima dell’impatto, quando Simoncelli perse il controllo della propria Honda e finì sulla traiettoria degli altri piloti: “Domenica. Semaforo, si va. Secondo giro. Marco si ingarella con Bautista, pilota spagnolo della Suzuki. Simoncelli entra, Bautista incrocia, arrivano alla staccata della curva nove ancora in bagarre. Quindi, curva a destra, la dieci, un lungo curvone, prima di piegare nella undici. Si buttano dentro. Nell’attimo in cui il Sic apre il gas, inclinato come si trova, si chiude l’anteriore. Cade. Lo vedo partire verso l’esterno, a sinistra. Quando succede così, quando vedo un pilota che davanti a me scivola a terra, in una frazione di secondo, cancello il file. Fuori. Non è più in gioco. Quindi, Simoncelli: delete. Non c’è tempo per altro, zero. Vado per la curva a destra pure io, mi rimetto in carena, apro il gas e intravedo qualcosa che torna verso di me, dal centro della pista. Non una forma, un’entità indistinta, come un’ombra che avverto prima di capire cosa sta accadendo. Sta accadendo che Simoncelli sta venendo verso di me, aggrappato alla sua moto. Dall’attimo in cui l’avevo visto cadere e scomparire dalla mia visuale sarà passato un secondo, un secondo e mezzo. Durante il quale Marco, sfruttando il suo fisico, aveva provato a tirare su la moto ma la scivolata aveva ridotto troppo la velocità e ormai era sdraiato, aggrappato alla Honda. Per questo sta continuando ad avanzare, ruotando quasi su se stesso, verso destra, verso l’interno curva. È come girare su un perno. E avanza. Avanza, cazzo. Sono già in accelerazione quando mi accorgo che l’ombra viene verso di me e si trasforma in una presenza. Ho Colin Edwards attaccato, all’interno, siamo in lotta. In un istante, una frazione di tempo minuscola, proprio all’ultimo, mi rendo conto che la presenza concreta è una moto, la moto è quella del Sic, e lui è lì, aggrappato, steso insieme a lei. Lo urtiamo entrambi: prima Colin, io immediatamente dopo. Passo proprio sopra, sento il colpo sotto le ruote. La botta più violenta la dà Edwards, mi sembra di averlo urtato in seconda battuta. Il cerchio della Ducati si spezza, resto in piedi. Vado avanti per inerzia, nel prato all’interno. Sono spaventato, confuso, mi sembra sia accaduto qualcosa di grave ma non più di tanto, perché non ho la sensazione di aver preso Marco in pieno. Vado verso il box. Entro, mi fermo, Uccio viene verso di me. È stravolto. Dice: Gli è volato via il casco… Gli è volato via il casco. Bestemmio, chiudo gli occhi, impreco, perché il casco è il casco, e se si rompe il cinturino vuol dire che il botto è stato devastante. Sui monitor partono le immagini dell’incidente. Vedo il momento dell’impatto. Mi viene addosso uno sconforto totale, profondissimo. Mi sento responsabile di ciò che è accaduto. Un peso che ogni riferimento alla casualità della dinamica riesce a contenere a stento. Penso a Marco, a come starà in questo momento. Ricordo il silenzio”.

Rossi racconta anche il momento in cui il padre di Marco, Paolo Simoncelli, comunicò la morte del figlio. Una notizia devastante, che lasciò il pilota pesarese completamente senza parole: “Si trovava proprio lì, aveva visto tutto e aveva compreso subito. Aveva scavalcato il guardrail, era arrivato da Marco. Gli aveva preso la mano e aveva capito. Aveva capito che suo figlio era morto. Uccio e io abbiamo preso lo scooter e siamo andati nella nostra stanza, attraversando un paddock che pareva un paese fantasma. Non un’anima, solo vento e silenzio dappertutto. Nell’ufficio ci siamo messi a sedere per terra. Abbiamo fumato una sigaretta, poi un’altra, subito. Abbiamo pianto. Mi sentivo completamente devastato, non sapevo cosa dire, cosa fare, era come se avessi preso un cazzotto in testa. Rintronato. Siamo rimasti lì dentro, zitti, un’ora, forse di più. Il resto mi sa che l’ho rimosso, non ricordo di aver parlato con nessuno. Invece so cosa è accaduto la notte, il giorno, i giorni successivi. Perché lì cominci a porti un sacco di domande, a sentirti in colpa. Cosa avrei potuto fare? Rivedevo la scena, l’intera dinamica. Avrei potuto capire cosa stava per accadere? Avrei potuto stare più attento? Spostarmi più a destra, evitare l’impatto? La risposta è no, detta ora, detta qualche tempo dopo l’incidente. Ma, in quei giorni immediatamente successivi alla morte del Sic, di risposte non ne avevo nemmeno una”.

Giornalista dal 2008 e grande appassionato di tutti gli sport da sempre, segue con particolare interesse basket e volley che ha anche praticato a livello dilettantistico fino ai tempi dell’università. Ama viaggiare, sia per lavoro che con la mia famiglia, e non sa resistere alle tentazioni in cucina.

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