A Dallas sembra tutt'altro che superata l'ombra lunga della squalifica revocata a Balogun: contestatissimo Infantino, inquadrato durante Francia-Spagna.
Nemmeno a Dallas, nel profondo Texas storicamente vicino al Partito Repubblicano statunitense e quindi nell’ultimo decennio a Donald Trump, gli appassionati di calcio sembrano perdonare Gianni Infantino. Il presidente della FIFA ha infatti assistito in prima persona anche alla semifinale dei Mondiali di calcio 2026 tra Francia e Spagna, accomodandosi sulle tribune dell’AT&T Stadium tra il presidente della Federcalcio transalpina Philippe Diallo e quello della Federcalcio iberica Rafael Louzan. L’ombra lunga delle polemiche per la squalifica revocata di Folarin Balogun sembra però tutt’altro che superata, anche per gli statunitensi. Inquadrato sui maxischermi dello stadio, che tecnicamente si trova ad Arlington, il numero uno del calcio mondiale è stato infatti accolto da una selva di fischi da parte degli altri presenti nell’impianto.
Del resto, il caso Balogun ha lasciato strascichi profondi lungo tutto il corso del torneo. Dopo che la Commissione disciplinare della FIFA aveva sospeso la squalifica automatica dell’attaccante del Monaco applicando l’articolo 27 del proprio Codice Disciplinare — una mossa senza precedenti nella storia dei Mondiali, maturata secondo molti osservatori in seguito a una telefonata di Donald Trump allo stesso Infantino — la decisione aveva aperto un vero e proprio vaso di Pandora. Sia l’Inghilterra che la Francia avevano annunciato l’intenzione di presentare ricorsi analoghi, con esiti però opposti: la Football Association aveva visto respinta ogni possibilità di impugnare la doppia squalifica inflitta al difensore Jarell Quansah, mentre la Federcalcio francese non era riuscita a ottenere l’annullamento del cartellino giallo rimediato da Michael Olise contro il Paraguay. Un trattamento diseguale che aveva ulteriormente alimentato le polemiche, con i tifosi inglesi particolarmente furiosi: “La competizione è diventata una farsa”, aveva scritto qualcuno sui social, mentre altri avevano parlato apertamente di “sceneggiatura già scritta”.
A giudicare Infantino con parole durissime era stato anche Sepp Blatter, suo predecessore alla guida della FIFA: “I cartellini rossi non vengono ribaltati da telefonate politiche. Vengono ribaltati da regole, prove e organismi indipendenti. Se un Presidente degli Stati Uniti interviene con il Presidente della FIFA, e un giocatore viene improvvisamente scagionato prima di una partita a eliminazione diretta della Coppa del Mondo, la domanda è inevitabile: Quo vadis, FIFA?”. Parole che avevano fatto il giro del mondo e che risuonano ancora oggi sulle tribune dell’AT&T Stadium, dove i fischi al numero uno del calcio mondiale sembrano dare ragione all’ex dirigente svizzero.
Le contestazioni nei confronti di Infantino non riguardano peraltro soltanto la gestione disciplinare del torneo. Il presidente della FIFA ha infatti alimentato ulteriori polemiche dichiarando apertamente di voler portare la Coppa del Mondo a 64 squadre, dopo che già l’edizione 2026 aveva visto il salto da 32 a 48 partecipanti. Intervistato dalla testata elvetica ‘Bluewin’, Infantino aveva spiegato: “Ogni nazione dovrebbe poter sognare di partecipare al Mondiale. Si vede chiaramente che la qualità delle squadre è altissima, e continua a crescere ovunque”. Un’affermazione che stride però con quanto si è visto in campo, dove le nazionali europee hanno dominato in maniera schiacciante: tre delle quattro semifinaliste — Francia, Spagna e Inghilterra — provengono dal Vecchio Continente, e proprio per questo l’UEFA e le federazioni europee sono pronte a chiedere a gran voce un aumento dei posti riservati all’Europa nel Mondiale 2030, in programma tra Spagna, Portogallo e Marocco.
In questo contesto di tensioni crescenti attorno alla figura di Infantino, i fischi di Arlington assumono quindi un significato che va ben oltre la semplice contestazione sportiva. Quello che si consuma sulle tribune dell’AT&T Stadium è il ritratto di un presidente sempre più isolato, fischiato persino nel cuore della nazione che avrebbe dovuto consacrare il suo progetto di espansione globale del calcio.