donald trump
Aggiornato Mer 29 Lug 2026 alle 08:20I Mondiali 2026 si concludono domani con la finale tra Spagna e Argentina al MetLife Stadium di New York, ma le ultime notizie continuano a essere dominate da una figura che va ben oltre il campo da gioco: Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha trasformato questa edizione della Coppa del Mondo in un palcoscenico politico senza precedenti, intrecciando sport, diplomazia e potere in modi che hanno scosso le fondamenta del calcio internazionale.
Trump consegnerà la Coppa del Mondo: una novità assoluta
La cerimonia di premiazione di domani sera segnerà un momento storico, e non solo per chi alzerà il trofeo. Come confermato dal presidente della FIFA Gianni Infantino, sarà proprio Donald Trump a consegnare la Coppa del Mondo ai vincitori, condividendo il palco con il numero uno della federazione internazionale. Non era mai successo prima: nelle edizioni precedenti, era sempre il presidente della FIFA a consegnare direttamente il trofeo al capitano della squadra campione del mondo. Questa volta, invece, Trump si ritaglia un ruolo da protagonista assoluto, in linea con quanto già avvenuto nella finale del Mondiale per Club tra Chelsea e Paris Saint-Germain, quando il presidente americano era rimasto sul palco anche dopo la premiazione, tra l’imbarazzo di alcuni giocatori e i fischi di parte del pubblico.
La scelta acquista un sapore ancora più pungente considerando che in finale ci sarà la Spagna, la nazione che Trump aveva definito pubblicamente “irrecuperabile” e “un pessimo partner nella NATO” durante il vertice di Ankara, arrivando persino a invocare l’interruzione di ogni rapporto commerciale con Madrid. La qualificazione della Spagna alla finale ha già scatenato le prime ironie negli Stati Uniti, con l’ex funzionario del National Security Council Thomas J. Wright che su X ha commentato: “Sarà piuttosto divertente se domenica Trump dovrà consegnare il trofeo della Coppa del Mondo alla Spagna”. Né il premier spagnolo Pedro Sánchez né il presidente argentino Javier Milei saranno presenti sugli spalti: la Spagna sarà rappresentata dal re Felipe VI, l’Argentina dal proprio ambasciatore.
Il caso Balogun: quando la Casa Bianca ha telefonato alla FIFA
Se la finale promette tensioni diplomatiche, il vero terremoto di questi Mondiali si è consumato nelle settimane precedenti con il caso Balogun, la vicenda che ha messo a nudo i rapporti pericolosamente stretti tra potere politico e governance del calcio mondiale. Folarin Balogun, attaccante statunitense del Monaco, era stato espulso nella partita contro la Bosnia ed Erzegovina e avrebbe dovuto scontare una giornata di squalifica automatica, saltando gli ottavi di finale contro il Belgio. La FIFA ha invece deciso di sospendere la sanzione applicando, per la prima volta nella storia dei Mondiali, l’articolo 27 del proprio Codice Disciplinare.
La decisione ha immediatamente sollevato sospetti, alimentati dallo stesso Trump che su Truth aveva scritto: “Grazie alla FIFA per aver fatto la cosa giusta e aver rimediato a una grande ingiustizia”. Poco dopo, lo stesso presidente aveva ammesso senza troppi giri di parole: “Sì, l’ho fatto. Ho solo chiesto un riesame della decisione, non gli ho detto: ‘devi farlo'”.
Secondo un’inchiesta della Bild, dietro la revoca della squalifica si celava una vera e propria operazione di lobbying durata quattro giorni, con il coinvolgimento di Andrew Giuliani, del segretario al Commercio Howard Lutnick e di un gruppo di avvocati. Le reazioni del mondo del calcio sono state durissime. Jurgen Klopp non ha usato mezzi termini: “Se davvero Trump e Infantino si sono parlati di questo, siamo alla follia. Bisogna dire che questo è il nostro gioco, non il loro”. Il neo presidente della FIGC Giovanni Malagò ha parlato di “precedente pericolosissimo”, mentre l’UEFA ha diffuso un comunicato che definisce la decisione “senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”, sottolineando che “una squalifica automatica minima di una giornata a seguito di un cartellino rosso non è una facoltà discrezionale”.
La Francia ha presentato ricorso alla FIFA chiedendo l’annullamento del cartellino giallo comminato a Olise contro il Paraguay, invocando parità di trattamento. Anche la Federcalcio belga si è dichiarata “sbalordita”, annunciando di valutare tutte le possibili opzioni legali. Persino Sepp Blatter, predecessore di Infantino alla guida della FIFA, aveva usato parole durissime: “I cartellini rossi non vengono ribaltati da telefonate politiche. Se un Presidente degli Stati Uniti interviene con il Presidente della FIFA, e un giocatore viene improvvisamente scagionato prima di una partita a eliminazione diretta della Coppa del Mondo, la domanda è inevitabile: Quo vadis, FIFA?”.
Un Mondiale avvolto nelle polemiche fin dall’inizio
Le ultime notizie sul ruolo di Trump in questi Mondiali non sono che il capitolo finale di una storia cominciata molto prima del calcio d’inizio. Fin dalla vigilia del torneo, la gestione dei visti da parte dell’amministrazione americana aveva creato tensioni internazionali: il caso più emblematico era stato quello dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, selezionato dalla FIFA tra i 52 fischietti per la fase finale e respinto alla frontiera nonostante fosse in possesso di un visto regolare. Trump aveva liquidato le polemiche con un lapidario: “Facciamo entrare le persone giuste”.
A tutto questo si era aggiunto il lungo capitolo del possibile ripescaggio dell’Italia al posto dell’Iran, sostenuto dall’inviato speciale di Trump Paolo Zampolli, e le tensioni diplomatiche con il governo italiano, culminate negli attacchi pubblici di Trump a Giorgia Meloni. Un Mondiale, insomma, che ha visto il presidente americano protagonista quasi quanto le squadre in campo, e che si chiude con la suggestione di Trump che consegna la Coppa del Mondo alla Spagna, la nazione che aveva definito “irrecuperabile” appena undici giorni fa.