Il paragone è diffuso soprattutto tra i suoi detrattori, ma Jannik Sinner tira dritto: la sua risposta a chi lo ritiene un "robot" del tennis.
Jannik Sinner continua a vincere e a riscrivere gli almanacchi della storia del tennis, con il successo agli Internazionali di Roma che lo ha messo sullo stesso piano di Novak Djokovic a un’età molto inferiore rispetto a quando il grande Nole tagliò lo stesso traguardo. Questa scia di successi, unita al suo carattere tranquillo, pacato e difficilmente scalfibile dalla tensione, gli ha attirato da parte di alcuni detrattori il paragone con un robot. Nel frattempo, però, lo stesso numero 1 del ranking ATP ha commentato il tutto dando una risposta che certamente sorprenderà tanto chi lo detesta quanto chi lo ama.
“Non ritengo che il termine ‘robot’ sia dispregiativo – ha rivelato Sinner a ‘L’Équipe’ -. Io lavoro così, cercando sempre di essere il più preciso possibile scegliendo di utilizzare il colpo giusto nel momento perfetto. Per riuscirci, bisogna essere sempre in un ottimo stato di forma sia fisico che mentale. Mi alleno così proprio per questo, perché voglio raggiungere il massimo livello possibile di preparazione quando una partita arriva ai suoi momenti clou. E se do l’immagine di un giocatore senza emozioni è perché sono molto concentrato su quello che devo fare”.
Eppure, a chi lo accusa di essere una macchina priva di sentimenti, i numeri raccontano una storia ben diversa: quella di un atleta che ha fatto del sacrificio la sua religione. Dal 1° gennaio 2026 alla finale del Foro Italico del 17 maggio, Sinner ha trascorso senza giocare o allenarsi soltanto 14 giorni su 136 totali. In pratica, ha lavorato nove giorni su dieci per quattro mesi e mezzo consecutivi, un’etica del lavoro che spiega meglio di qualsiasi altra analisi perché il suo tennis sembri così automatico e infallibile agli occhi degli avversari.
I risultati di questa dedizione assoluta parlano da soli. Il trionfo agli Internazionali d’Italia — conquistato con un netto 6-4, 6-4 su Casper Ruud in un’ora e quarantacinque minuti — è stato il sesto Masters 1000 consecutivo per l’altoatesino, dopo Parigi 2025, Indian Wells, Miami, Monte Carlo e Madrid. Un filotto senza precedenti che gli è valso un nuovo termine entrato già nella storia del tennis: “Sinner Sweep”, ovvero la vittoria dei primi cinque Masters 1000 dell’anno. Con il successo romano, Sinner è inoltre diventato il primo tennista dopo Rafael Nadal, che ci riuscì nel 2010, a conquistare nello stesso anno tutti e tre i Masters 1000 sulla terra rossa.
Sul piano del ranking ATP, il dominio è altrettanto schiacciante: Sinner guida la classifica mondiale con 14.700 punti, con un vantaggio complessivo di 2.740 punti su Carlos Alcaraz — assente a Roma per un infortunio al polso — e di ben 8.995 su Alexander Zverev, terzo con 5.705 punti. Un primato che si riflette anche sulla profondità del tennis italiano: sono sedici gli azzurri presenti tra i primi 200 del mondo, con Musetti 11°, Cobolli 12° e Darderi 16° a guidare il gruppo alle spalle del numero uno.
Non tutti, però, si sono uniti al coro di elogi. Il filosofo Massimo Cacciari, intervenuto ai microfoni di Radio 1, ha sollevato un dibattito acceso sostenendo che Sinner vinca “soprattutto perché ha diecimila più volte testa dei suoi avversari”, ma che contro Federer, Nadal e Djokovic al massimo del loro livello “perderebbe, perché loro erano più completi”. Parole destinate a far discutere, ma che in fondo confermano — persino nella critica — quella straordinaria capacità mentale che Sinner stesso riconosce come il cuore del suo gioco.
Ora, dopo qualche giorno di meritato riposo, il prossimo obiettivo è il Roland Garros, il solo Grande Slam che ancora manca alla sua bacheca. Il tabellone principale dello Slam parigino prenderà il via il 24 maggio e Sinner, testa di serie numero uno e grande favorito dopo il forfait di Alcaraz, esordirà tra il 24 e il 26 maggio. Conquistare Parigi significherebbe completare il Career Grand Slam: l’ennesimo capitolo di una storia che, a quanto pare, è ancora ben lontana dall’essere conclusa.