Cinquanta anni fa esatti una delle date più drammatiche nella storia della Formula 1.
Il primo agosto 1976 rimane una delle date più drammatiche nella storia della Formula 1. Esattamente cinquant’anni fa, durante il Gran Premio di Germania disputato sul pericoloso Nürburgring Nordschleife, Niki Lauda fu protagonista di un incidente che rischiò di costargli la vita. La Ferrari uscì di pista, si schiantò contro le barriere e venne rapidamente avvolta dalle fiamme. Il pilota austriaco riportò ustioni gravissime e danni ai polmoni che ne avrebbero segnato per sempre l’aspetto fisico, ma riuscì a sopravvivere grazie al coraggio degli altri piloti intervenuti nei soccorsi.
L’incidente avvenne nel corso del secondo giro dell’ultima edizione del Gran Premio disputata sul celebre tracciato dell’Eifel, lungo quasi 21 chilometri e considerato tra i più impegnativi e pericolosi al mondo. Un cedimento meccanico provocò la perdita di controllo della Ferrari, che si incendiò dopo l’impatto. Brett Lunger, sopraggiunto pochi istanti dopo, urtò la vettura distrutta, mentre Lauda, rimasto privo del casco e privo di sensi, restò intrappolato tra le lamiere in fiamme per oltre trenta secondi.
Determinante fu l’intervento di alcuni colleghi, tra cui Arturo Merzario, che riuscì a estrarre il campione del mondo dall’abitacolo. Trasportato d’urgenza in ospedale, Lauda affrontò una lunga serie di interventi chirurgici e innesti cutanei, combattendo una difficile battaglia tra la vita e la morte.
La sua straordinaria forza di volontà emerse però già poche settimane più tardi. Soltanto sei settimane dopo il terribile incidente tornò a gareggiare nel Gran Premio d’Italia a Monza, conquistando un incredibile quarto posto. In seguito spiegò di aver scelto di rientrare immediatamente per evitare che la paura prendesse il sopravvento: voleva lasciarsi alle spalle quel trauma senza concedergli troppo spazio.
La determinazione fu premiata. Nel 1977 conquistò il suo secondo titolo mondiale, prima di ritirarsi a sorpresa nel 1979 con la celebre frase: «Non voglio più continuare a girare in tondo come un idiota». Tre anni dopo tornò ancora una volta in Formula 1 e nel 1984 conquistò il terzo e ultimo campionato del mondo.
Negli anni successivi Lauda imparò a convivere con il ricordo dell’incidente, affrontandolo spesso con il suo caratteristico sarcasmo. Arrivò persino a definire quell’inferno un semplice “barbecue” e non perse mai occasione per scherzare sulle cicatrici riportate quel giorno.
Conclusa la carriera da pilota, si affermò anche come imprenditore nel settore dell’aviazione e ricoprì ruoli di primo piano in Formula 1, collaborando con Ferrari, Jaguar e soprattutto Mercedes. Insieme a Toto Wolff contribuì a costruire il ciclo vincente della scuderia tedesca negli anni dell’era ibrida.
Il cappellino rosso, scelto anche per coprire le cicatrici riportate nell’incidente, divenne il suo simbolo inconfondibile e contribuì a trasformarlo in un’icona riconosciuta in tutto il mondo. La sua rivalità con James Hunt e la stagione del 1976 sono state raccontate anche nel film Rush del 2013.
Dopo un trapianto di polmone nel 2018, le condizioni di salute di Lauda peggiorarono progressivamente. Morì il 20 maggio 2019 all’età di 70 anni, lasciando un’eredità che va ben oltre i tre titoli mondiali conquistati: quella di un uomo che riuscì a trasformare una tragedia in una straordinaria storia di coraggio, resilienza e rinascita.