Ci sono campioni che smettono di gareggiare e lentamente diventano un ricordo. Poi ce ne sono altri che non smettono mai davvero
Ci sono campioni che smettono di gareggiare e lentamente diventano un ricordo. Poi ce ne sono altri che non smettono mai davvero. Restano lì, in un angolo della memoria collettiva, immobili eppure sempre in corsa. Basta pronunciarne il nome e tornano il rumore della pista, la voce dello speaker, la tensione di una partenza, un rettilineo che sembra non finire mai. Varenne era uno di questi. Anzi, Varenne era questo.
Il Capitano è morto nella notte tra il 17 e il 18 agosto, a 31 anni, nell’allevamento LJ di Eboli dove trascorreva la sua vecchiaia. Secondo quanto comunicato dal suo staff, a portarlo via è stato un infarto fulminante.
Trentuno anni sono tanti per un cavallo. Dovrebbero bastare per prepararsi all’inevitabile. Ma con certi campioni non funziona così.
Perché Varenne sembrava immortale.
Lo sembrava quando correva e continuava a sembrarlo adesso che non correva più. Sapere che esisteva, da qualche parte, era sufficiente. Era diventato uno di quei punti fermi che appartengono alla nostra vita senza che ce ne accorgiamo. Non serviva vederlo ogni giorno. Bastava sapere che il Capitano c’era.
Da oggi non c’è più.
E improvvisamente quei vent’anni abbondanti trascorsi dalla sua ultima corsa sembrano pochissimi.
Varenne era nato il 19 maggio 1995 a Copparo, in provincia di Ferrara. Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice Ialmaz, avrebbe costruito una carriera che ancora oggi sembra scritta apposta per esagerare: 73 corse, 62 vittorie, oltre 6 milioni di euro guadagnati in premi.
Ma fermarsi ai numeri sarebbe quasi fargli un torto.
Perché Varenne non è stato semplicemente il cavallo che vinceva.
È stato il cavallo che tutti conoscevano.
Ed è una differenza enorme.
In un Paese nel quale l’ippica stava progressivamente perdendo la centralità avuta in altre epoche, lui riuscì in qualcosa che nessun ufficio marketing avrebbe potuto programmare: portò il trotto fuori dagli ippodromi.
Per qualche anno Agnano, Vincennes e Solvalla diventarono nomi familiari anche a chi non avrebbe saputo compilare una schedina. La gente accendeva la televisione per vedere un cavallo correre.
Quel cavallo.
Non importava conoscere regolamenti, tempi al chilometro o strategie di corsa. Quando partiva Varenne si capiva tutto senza bisogno di spiegazioni.
C’era lui e c’erano gli altri.
E poi arrivava il momento in cui il Capitano decideva che la corsa doveva finire.
Con Giampaolo Minnucci sul sulky e Jori Turja a prepararlo, Varenne trasformò la vittoria da evento eccezionale in qualcosa che sembrava normale. Ed era forse questo il suo talento più impressionante: rendeva semplice ciò che semplice non era affatto.
Parigi lo vide conquistare due volte il Prix d’Amérique, nel 2001 e nel 2002. A Napoli vinse tre edizioni consecutive del Lotteria di Agnano, dal 2000 al 2002. A Stoccolma conquistò due volte l’Elitloppet. Nel 2001 attraversò l’Atlantico e vinse anche la Breeders Crown negli Stati Uniti. Quello stesso anno completò un’impresa straordinaria, imponendosi nelle grandi classiche europee e poi andando a vincere anche in America.
L’Italia aveva trovato il suo cavallo.
E gli aveva dato un grado: Capitano.
Un soprannome perfetto, perché Varenne aveva qualcosa che andava oltre la velocità. Aveva presenza. Quando entrava in pista sembrava sapere esattamente perché tutta quella gente fosse lì.
Aspettavano lui.
E lui, quasi sempre, manteneva la promessa.
Chi era bambino o ragazzo negli anni delle sue imprese conserva immagini che oggi hanno il colore un po’ sbiadito delle cose belle. Le domeniche davanti alla televisione, le corse raccontate dai padri e dai nonni, i giornali del giorno dopo. Persino chi dell’ippica non sapeva nulla imparò quel nome.
Varenne.
Bastava quello.
Come Coppi, Tomba, Valentino Rossi, Pantani. Campioni capaci di superare il recinto del proprio sport e diventare patrimonio comune. Con una differenza, naturalmente: Varenne non poteva raccontarsi.
Non poteva spiegare una vittoria.
Non poteva concedere un’intervista.
Non poteva dirci se sentiva la pressione, se riconosceva il pubblico, se sapeva di essere diventato famoso.
Poteva soltanto correre.
E forse proprio per questo gli abbiamo attribuito così tante cose umane: coraggio, orgoglio, intelligenza, fierezza, voglia di vincere.
Forse erano proiezioni nostre. O forse no.
Chi ha vissuto accanto ai cavalli sa che esistono linguaggi che non hanno bisogno di parole.
Poi arrivò il momento dell’addio alle piste.
Nel settembre del 2002 Varenne disputò l’ultima corsa della sua carriera. Cominciò una seconda vita da stallone, lasciando un’eredità enorme anche attraverso migliaia di discendenti.
Ma per il pubblico rimase sempre quello del rettilineo.
I campioni, in fondo, hanno questo privilegio: nella memoria non invecchiano.
Noi sì.
Noi che guardavamo Varenne siamo diventati più grandi. Qualcuno ha perso i capelli, qualcuno ha avuto figli, qualcuno è diventato nonno. Sono cambiate le televisioni, sono arrivati gli smartphone, i social network, un altro modo di vivere e raccontare lo sport.
Lui no.
Lui nella nostra testa è rimasto lanciato verso il traguardo.
Ed è forse questa la ragione per cui la notizia della sua morte fa così male.
Non muore soltanto un cavallo di 31 anni. Se ne va un piccolo pezzo del tempo in cui lo guardavamo correre. E quando scompare qualcosa che appartiene così profondamente ai nostri ricordi, inevitabilmente ci accorgiamo che anche una parte della nostra vita è diventata passato.
Oggi gli ippodromi possono elencare i suoi record.
Gli almanacchi possono ricordare le 62 vittorie.
Le immagini possono restituirci Parigi, Napoli, Stoccolma, New York.
Ma nessuna statistica riuscirà mai a spiegare davvero cosa sia stato Varenne per chi lo ha visto correre.
Era l’attesa.
Era quella sensazione che qualcosa di grande stesse per succedere.
Era la certezza che, anche quando sembrava difficile, il Capitano avrebbe trovato un modo.
Era il rumore che cresceva mentre arrivava sul rettilineo.
Era un Paese intero che per pochi minuti scopriva di appassionarsi al trotto.
Oggi quella pista è diventata silenziosa.
Varenne aveva 31 anni. Aveva avuto una vita lunga, una carriera irripetibile e una vecchiaia lontana dalla pressione delle competizioni. Se n’è andato dopo essere stato tutto quello che un cavallo da corsa poteva diventare e qualcosa che nessun palmarès avrebbe potuto prevedere: un pezzo della storia popolare italiana.
Ci piace pensare che i grandi campioni non conoscano davvero un traguardo definitivo.
Che da qualche parte esista sempre un altro rettilineo.
Che non ci siano più cronometri, avversari, partenze o arrivi.
Solo spazio.
Per questo oggi non viene naturale dire semplicemente addio.
Viene naturale immaginarlo come allora.
La testa avanti. Il sulky dietro. Il passo che aumenta. Gli altri che provano a seguirlo.
E quella sensazione, inconfondibile, che tra pochi secondi sarebbe successo di nuovo.
Vai, Capitano.
Questa volta non voltarti.
Corri.