Lo spagnolo ha sempre cercato di disputare l’intera stagione sulla terra battuta ma problemi fisici lo hanno sistematicamente frenato durante questo periodo.
Ne valeva la pena? Carlos Alcaraz ha ammesso senza esitazioni che, forse, questa settimana sarebbe stata ideale per fermarsi, pur sottolineando il valore speciale che Barcellona ha per lui. Il tennista spagnolo lo ha dichiarato dopo la vittoria all’esordio al torneo Conde de Godó contro Otto Virtanen, partita in cui aveva accusato un problema al polso destro. Inizialmente le sensazioni non sembravano preoccupanti, ma gli esami successivi hanno evidenziato una lesione più seria del previsto, costringendolo al ritiro dall’ATP 500 di Barcellona.
Questo episodio si inserisce in una tendenza ormai ricorrente: da quando è entrato stabilmente nell’élite del tennis, Alcaraz ha sempre cercato di disputare l’intera stagione sulla terra battuta, che comprende Montecarlo, Barcellona, Madrid, Roma e Roland Garros. Tuttavia, negli ultimi cinque anni, problemi fisici lo hanno sistematicamente frenato durante questo periodo.
Già nel 2022, dopo un avvio complicato a Montecarlo, riuscì a vincere a Barcellona e Madrid, ma dovette rinunciare a Roma per un infortunio alla caviglia, arrivando comunque ai quarti a Parigi. Nel 2023, tra problemi alla mano e alla schiena, saltò Montecarlo, vinse ancora a Barcellona e Madrid, ma a Roland Garros si fermò in semifinale per crampi contro Djokovic. Nel 2024 una lesione all’avambraccio lo costrinse a saltare i primi tornei sulla terra, e nonostante condizioni non ottimali riuscì comunque a vincere il Roland Garros. Anche nel 2025, dopo un buon avvio, fu fermato da un problema muscolare nella finale di Barcellona, prima di tornare a vincere tra Roma e Parigi.
A questi episodi si aggiungono altri infortuni, come quelli accusati a Rio de Janeiro nel 2023 e nel 2024. In sostanza, ogni stagione sulla terra battuta ha presentato almeno un problema fisico per il tennista spagnolo.
Uno dei motivi principali è il calendario particolarmente fitto. Tra la fine del torneo di Miami e l’inizio di Montecarlo passa circa una settimana, e da lì in poi si susseguono tornei senza pause significative. Nel 2026, ad esempio, Alcaraz ha giocato la finale a Montecarlo e il giorno successivo era già a Barcellona per impegni e allenamenti, scendendo in campo dopo appena una sessione di preparazione. In alcuni casi, arrivando fino in fondo nei tornei, un giocatore può disputare fino a 10 partite in meno di due settimane.
L’intera stagione sulla terra può durare fino a sei settimane consecutive di competizione, seguite da Roland Garros, che aggiunge altre due settimane. In uno scenario estremo, un tennista che raggiungesse tutte le finali potrebbe arrivare a giocare circa 35 partite in due mesi, un carico difficilmente sostenibile. Alcuni rivali, come Jannik Sinner, scelgono infatti di ridurre il numero di tornei per gestire meglio le energie.
Oltre al calendario, incide anche il passaggio rapido dalle superfici dure alla terra battuta. Questo cambiamento modifica la biomeccanica dei movimenti, gli appoggi e il carico muscolare. La terra è più morbida e riduce l’impatto diretto su articolazioni come ginocchia e caviglie, ma richiede maggiore sforzo muscolare per stabilizzare il corpo. Gli scivolamenti tipici di questa superficie sollecitano in particolare adduttori e articolazioni, aumentando il rischio di piccoli problemi fisici.
Inoltre, la terra battuta comporta scambi più lunghi e partite più durature rispetto ad altre superfici. I punti richiedono più colpi e gli incontri possono superare facilmente le tre ore nei tornei più importanti. Questo significa maggiore dispendio energetico e maggiore esposizione a infortuni.
Nel complesso, il caso di Alcaraz evidenzia quanto sia difficile affrontare l’intera stagione sulla terra battuta senza interruzioni. Tra calendario serrato, caratteristiche della superficie e sforzo fisico elevato, il rischio di problemi fisici è alto. Per questo motivo, il suo obiettivo di giocare e vincere tutti i tornei su terra resta molto ambizioso e, nei fatti, estremamente difficile da realizzare.