Il coach del numero uno del mondo ha parlato del suo rapporto con l'Azzurro e dei primi giorni
Il coach di Jannik Sinner Simone Vagnozzi in una intervista al Corriere della Sera ha parlato del suo rapporto con l’Azzurro e ha raccontato i primi contatti e i primi colloqui con il campione di Sesto Pusteria, alla ricerca di un allenatore nel 2022 dopo le ultime delusioni nel circuito: “Il suo manager è il mio testimone di nozze, con Alex Vittur ci conosciamo da una vita. Jannik venne nel box di Cecchinato a Montecarlo e poi ci fu la finale in cui lui giocò contro Travaglia, che a quel momento seguivo io, a Melbourne. Quando Sinner decise di separarsi da Piatti fui chiamato da Vittur per allenarlo. Era il 2022. Mi misero in prova”.
Il primo colloquio fu decisivo: “Speravo non mi dicesse che era contento di essere il n.10 del mondo. E così fu. Voleva diventare il n.1. Lui allora faticava con Nadal, Djokovic, Tsitsipas. Per diventare leader bisognava migliorare tante cose. Era già fortissimo, ma bisognava potenziare la dimensione fisica e muscolare, lavorare sull’aspetto mentale. Se ripenso a Jannik di cinque anni fa, quando abbiamo iniziato, oggi lo vedo completamente diverso”.
In pochi anni, Sinner si è completamente trasformato: “Il servizio diverso, la gestione del punto, la sicurezza a rete, la facilità nella scelta di smorzare: tutto si è accresciuto ed è cambiato. Si impara con l’esperienza, ovviamente. Ma c’è tanta fatica, tanto studio, tanta applicazione da parte sua. Jannik ha una gran voglia di imparare. Di migliorare sempre”. La più grande dote di Sinner è senza dubbio il lavoro e il sacrificio: “Pauroso. Forse in cinque anni avrò dovuto motivarlo due o tre volte. Lui è sempre il primo che vuole sacrificarsi per migliorare ed è molto bravo ad ascoltare. Non lo abita la presunzione che avrebbe il diritto di avere. Anche se lo prendi a muso duro dopo una partita, lui il giorno dopo ci pensa, reagisce e accetta quello che gli hai detto. La sua più grande qualità è volere al fianco persone che gli dicano quello che lui non vuole sentirsi dire”.
La forza mentale ha giocato un ruolo chiave: “Tutto parte dall’attitudine, dall’apertura, dalla voglia di migliorarsi. Certo, devi imparare a fare la smorzata o andare a rete nel momento giusto. Ma in primo luogo devi trovare il coraggio di farlo, il coraggio di sbagliare, anche di fallire. Molto sta nella testa. Un allenatore fiducia del giocatore, convincerlo che i limiti sono valicabili. Lui ha doti innate. Non si diventa puledri se si è ronzini. Ora si nota che lui sa fare ace nei momenti importanti, ma perché questo accada ti devi sentire sicuro del tuo colpo perché ci hai lavorato ore e ore in allenamento”.