Carlo Ancelotti
Aggiornato Ven 31 Lug 2026 alle 20:15L’avventura di Carlo Ancelotti sulla panchina del Brasile si è conclusa nel peggiore dei modi: l’eliminazione agli ottavi di finale dei Mondiali 2026 contro la Norvegia ha scatenato una vera e propria bufera mediatica in Brasile, riaccendendo al tempo stesso le speranze degli appassionati italiani di rivedere il tecnico di Reggiolo alla guida degli Azzurri. Un finale amaro per un’esperienza che aveva preso il via con grandi ambizioni e qualche inevitabile turbolenza.
Il flop contro la Norvegia e la rivolta brasiliana
La débâcle del Brasile agli ottavi ha rappresentato il peggior risultato della Seleçao dal 1986, e le critiche nei confronti di Ancelotti sono state immediate e durissime. Il tecnico aveva impostato la partita in modo attendista, lasciando il pallino del gioco agli scandinavi per puntare sulle ripartenze: una filosofia che stride profondamente con l’identità storica del calcio brasiliano. Globoesporte non ha usato mezzi termini: «Il piano di Ancelotti è fallito, clamorosamente fallito. Non si può nemmeno dire che la sconfitta sia arrivata giocando da Brasile». I social si sono trasformati in un tribunale popolare, con migliaia di commenti al vetriolo contro il commissario tecnico italiano, accusato di aver imposto un’identità europea a una nazionale che ha sempre fatto del gioco offensivo e spettacolare la propria bandiera.
A fare ulteriore rumore è stata la gestione del calcio di rigore nel primo tempo, affidato a Bruno Guimarães — appena nove rigori in tutta la carriera — anziché a Vinicius Jr. Lo stesso attaccante del Real Madrid aveva chiarito senza ambiguità: «L’allenatore sceglie in anticipo chi tirerà il rigore. Ha scelto Bruno. Io non sono mai scappato». Ancelotti si è difeso citando le statistiche raccolte nel corso dell’anno, ma la giustificazione non ha convinto nessuno. Nonostante la pressione, il tecnico aveva già dichiarato in conferenza stampa di non avere intenzione di dimettersi, anche se il suo futuro alla guida della Seleçao appare ormai segnato.
Il percorso ai Mondiali era stato tutt’altro che lineare. Il Brasile aveva esordito con un deludente pareggio contro il Marocco, poi aveva trovato continuità battendo Haiti e Scozia, prima di qualificarsi agli ottavi in modo rocambolesco contro il Giappone, grazie a un gol di Martinelli al 96′. Anche in quella circostanza non erano mancate le polemiche: Daniele Adani, ai microfoni di Rai Sport dopo il pareggio con il Marocco, aveva già bocciato il Brasile di Ancelotti, parlando di «poco calcio» e di un centrocampo avversario che aveva avuto la meglio «nelle due fasi quasi sempre».
Ancelotti e l’Italia: un’occasione da non perdere
L’eliminazione del Brasile riapre inevitabilmente il capitolo Ancelotti ct dell’Italia. L’ipotesi era già circolata con insistenza nei mesi scorsi, dopo l’ennesimo fallimento degli Azzurri — tre assenze consecutive ai Mondiali — e diversi addetti ai lavori si erano espressi pubblicamente a favore di questa soluzione. Il giornalista Fabio Caressa aveva sintetizzato il pensiero di molti: «Aspettiamo che finisce il Mondiale e prendiamo Ancelotti. Sono tre volte che è occupato quando ci potrebbe servire». L’agente Fifa Claudio Anellucci aveva invece suggerito un approccio più strutturato: usare un traghettatore nell’immediato, per poi puntare su Carletto come selezionatore in grado di costruire un progetto a lungo termine.
Ancelotti è legato alla CBF da un contratto fino al 2030, ma — come noto nel calcio — i contratti possono lasciare il tempo che trovano, soprattutto dopo un’eliminazione così prematura. La FIGC potrebbe cogliere l’attimo: il tecnico emiliano avrà certamente voglia di riscatto, e guidare la Nazionale italiana rappresenterebbe per lui una sfida inedita e carica di significato. Sarebbe peraltro il coronamento di una carriera straordinaria: già tre tecnici italiani hanno vinto il Mondiale — Vittorio Pozzo (1934 e 1938), Enzo Bearzot (1982) e Marcello Lippi (2006) — e Ancelotti aveva dichiarato apertamente di voler diventare il quarto, anche se alla guida del Brasile.
Il percorso che ha portato Ancelotti in Sudamerica era iniziato nella primavera del 2025, quando aveva lasciato il Real Madrid dopo sei stagioni e 15 trofei conquistati. I Blancos lo avevano salutato con tutti gli onori, riconoscendogli il merito di aver guidato il club nel periodo di maggior successo della sua storia recente. L’approdo sulla panchina verdeoro era stato accolto con entusiasmo, e Ancelotti aveva conquistato i tifosi brasiliani anche con gesti simbolici come imparare a memoria e cantare l’inno nazionale prima di ogni partita: «Mi piace cantare l’inno, mi sento parte di questo Paese ed è giusto cantarlo», aveva dichiarato, raccogliendo centinaia di commenti di apprezzamento.
Ora, però, quella luna di miele è definitivamente finita. Il Brasile esce dai Mondiali 2026 con il peggior risultato dal 1990, e Carletto si ritrova di nuovo a un bivio della sua carriera. Per la FIGC e per i tifosi italiani, potrebbe essere il momento giusto per fare la mossa decisiva.