Con il ritorno del Sudafrica alla fase finale dei campionati del mondo (i Bafana Bafana sono rimasti fuori nel 2014, nel 2018 e nel 2022: tre edizioni di fila, vi ricordano qualcuno?) torna l’incubo della vuvuzela. La celebre trombetta di plastica, lunga circa 65 centimetri, è diventata famosa durante i Mondiali in Sudafrica per il suo suono assordante e continuo, vicino al si bemolle. Diffusissima sugli spalti delle partite di calcio sudafricane, nel tempo si è trasformata in un vero simbolo del tifo locale. E la rivedremo all’opera nel Nordamerica.
Conosciuta anche come “lepatata” nella lingua tswana, la vuvuzela è stata brevettata da Neil Van Schalkwyk. Intorno alle sue origini sono nate diverse teorie: secondo alcuni il nome richiama il rumore prodotto dallo strumento, una sorta di “vu-vu” onomatopeico in lingua zulu; secondo altri deriverebbe invece da un termine colloquiale che significa “doccia”, per via della sua forma.
Per anni si è creduto che la vuvuzela fosse ispirata al corno di cudù usato nelle tradizioni tribali sudafricane, una versione sostenuta anche dalla FIFA, anche se questa ricostruzione è stata poi ridimensionata. A Città del Capo, inoltre, è stata installata una gigantesca vuvuzela lunga 35 metri, azionata meccanicamente prima delle partite.
La partenza della delegazione sudafricana, prevista domenica scorsa con un volo charter diretto verso la base di preparazione a Pachuca, in Messico, è saltata all’ultimo momento: diversi giocatori e membri dello staff non avevano ancora ottenuto il visto americano, a soli undici giorni dall’esordio contro i padroni di casa messicani. La situazione ha costretto la federazione, la SAFA, a convocare una riunione d’emergenza e a rimandare la partenza, con la nazionale costretta a continuare ad allenarsi a Johannesburg in attesa di sviluppi.
La vicenda ha scatenato reazioni durissime. Il ministro dello Sport sudafricano Gayton McKenzie ha definito la situazione “imbarazzante e profondamente ingiusta”, annunciando di aver chiesto alla federazione un rapporto dettagliato e provvedimenti verso i responsabili. “Ci stanno facendo fare la figura degli stupidi”, ha scritto in un post dai toni inequivocabili. Non è rimasta in silenzio nemmeno l’Iran, alle prese con un analogo braccio di ferro burocratico con Washington: in un comunicato pubblicato da una delle sue ambasciate, Teheran ha accusato gli Stati Uniti di agire “in malafede”, citando esplicitamente anche il caso sudafricano come prova di un atteggiamento ostile da parte del paese ospitante.