Il dibattito resta aperto sul problema fisico che costringe il campione altoatesino allo stop prolungato fino a fine 2026.
Il tema del recupero di Jannik Sinner dall’infortunio continua a tenere banco fra tifosi e addetti ai lavori e nelle ultime ore a riaccendere la discussione è stata soprattutto una teoria avanzata da Alfio Caronti, medico che in passato ha seguito grandi campioni dello sci italiano e che ebbe modo di lavorare con il fuoriclasse del tennis quando quest’ultimo era ancora ragazzino e si divideva fra la racchetta e la neve.
Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, Caronti ha riportato l’attenzione su un episodio risalente all’infanzia di Sinner. Secondo il medico, una caduta avvenuta quando Jannik aveva appena cinque anni potrebbe aver lasciato una traccia inconscia nel suo modo di muoversi, capace di portare alla fine alla sindrome della bandelletta ileotibiale. “Quando anni dopo mi è capitato di lavorare con lui, mi sono accorto che in alcuni movimenti non portava la testa all’indietro. Secondo me quella caduta aveva lasciato una paura inconscia” ha spiegato.
Da qui nasce una riflessione ancora più sorprendente. Il dorrot Caronti ritiene infatti che quella stessa paura, quasi paradossalmente, possa aver contribuito a modellare alcune delle caratteristiche che hanno reso Sinner uno dei tennisti più dominanti della sua generazione. “Nel tennis gli avversari cercano di spingerti fuori dal campo, di farti arretrare. Jannik invece non vuole andare indietro, vuole stare avanti. Ha sviluppato una potenza incredibile nel gioco d’anticipo. Quella che poteva essere una difficoltà è diventata anche una sua caratteristica”.
Le parole che stanno facendo maggiormente discutere riguardano però il possibile collegamento con il problema fisico accusato dopo la caduta sull’erba di Wimbledon. Alcuni osservatori hanno ipotizzato che quell’episodio possa aver avuto un ruolo nell’infiammazione della bandelletta ileotibiale e Caronti, pur senza fornire certezze, ha offerto una lettura particolare dell’accaduto.
“Ho rivisto quella partita. Jannik appoggia il piede, spinge verso sinistra, scivola sull’erba e le gambe si allargano. Secondo me, nel momento in cui stava cadendo, ha cercato di resistere anziché lasciarsi andare all’indietro”. Una reazione che, secondo il medico, potrebbe essere collegata proprio a quella paura sviluppata da bambino. “Se il corpo perde fiducia in un appoggio, tende a proteggersi e a irrigidirsi. Nel caso di Jannik, ritengo che sia necessario recuperare pienamente la sicurezza della gamba destra”.
Le dichiarazioni hanno inevitabilmente acceso il dibattito tra gli appassionati. Sui social molti tifosi sono rimasti stupiti da una ricostruzione che collega un episodio dell’infanzia a una possibile dinamica verificatasi molti anni dopo. C’è chi considera affascinante questa interpretazione, evidenziando il ruolo che la componente mentale può avere nello sport di alto livello, e chi invece invita alla prudenza, sottolineando come si tratti di una valutazione certamente autorevole, ma comunque personale.