Le condizioni dettate dagli organizzatori del torneo londinese non soddisfano ancora i tennisti, pronti a continuare la loro battaglia.
Alla vigilia del torneo di Wimbledon, il clima che circonda l’evento per eccellenza dell’estate tennistica non è quello abituale. Non si parla soltanto di forma, superfici o sorteggi: al centro della scena c’è infatti la protesta dei migliori tennisti del mondo, compresi i numeri uno dei ranking Jannik Sinner e Aryna Sabalenka, che hanno deciso di non fare passi indietro rispetto alla richiesta di una diversa distribuzione dei ricavi dei tornei dello Slam.
La mobilitazione, iniziata al Roland Garros, è destinata a proseguire almeno per tutta la prima settimana dei Championships, con un impatto che potrebbe farsi sentire anche oltre. Il gruppo dei top player, a Parigi, aveva già scelto di limitare drasticamente gli impegni mediatici, prima riducendo a 15 minuti le conferenze pre‑torneo, poi estendendo la protesta anche alle interviste post‑partita.
Una decisione che nasce da una richiesta precisa: ottenere una percentuale più alta dei ricavi generati dagli Slam, maggiori investimenti nei fondi per il benessere dei giocatori e la creazione di un comitato che rappresenti formalmente gli atleti all’interno dei quattro tornei più importanti del calendario, organizzati nell’ambito della stagione tennistica internazionale dalla ITF assieme alle federazioni locali di Australia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Nonostante un anno di trattative i progressi sono stati minimi e i tennisti hanno sbottato la scorsa primavera, quando il montepremi del Roland Garros è stato giudicato insufficiente rispetto alle aspettative del gruppo. Da lì la scelta di boicottare tutte le attività mediatiche non obbligatorie, elemento particolarmente sensibile per gli organizzatori visti i ricavi generati dalle pubblicità anche in quei contesti.
All England Lawn Tennis and Croquet Club, Lawn Tennis Association e ITF hanno provato a evitare lo scontro prima di Wimbledon, annunciando un aumento record del montepremi del 20%, fino a 64,2 milioni di sterline (74,4 milioni di euro). Un passo riconosciuto dagli atleti, ma ancora lontano dalla soglia richiesta: secondo il gruppo, la quota destinata ai giocatori è oggi del 14,4%, mentre l’obiettivo è arrivare al 16%. Una differenza che, in un torneo con ricavi enormi, rappresenta svariati milioni.
La protesta proseguirà dunque anche a Londra, dal media day di sabato fino al 5 luglio, con la promessa di limitare ogni attività non strettamente obbligatoria. Per i giocatori si tratta di una forma di pressione che non intende danneggiare il torneo, ma che vuole rendere evidente un tema considerato ormai non più rinviabile.
In questo contesto, Sinner e gli altri big arrivano ai Championships con un interrogativo che va oltre il campo: quanto a lungo durerà questo braccio di ferro e quali conseguenze potrà avere sul rapporto tra atleti e organizzatori degli Slam. Wimbledon, da sempre simbolo di tradizione e stabilità, si ritrova così a fare i conti con un fronte comune che non sembra intenzionato a fare passi indietro.