Prosegue la polemica sulle ATP Finals: organizzatori e broadcaster preoccupati per la reazione degli appassionati all'assenza dell'Azzurro.
La ferita aperta dall’annuncio dello stop di Jannik Sinner fino al termine della stagione non accenna a rimarginarsi in ottica ATP Finals. L’assenza del numero uno azzurro, fermato dalla tendinopatia al ginocchio, sta mettendo a nudo una realtà scomoda per il movimento tennistico italiano: il peso schiacciante della “Sinner-mania” sui grandi eventi della racchetta.
Se nei giorni scorsi la comparsa dei primi tagliandi sulle piattaforme di reselling pareva un fenomeno contenuto, nelle ultime ore le richieste di rivendita sono impennate esponenzialmente. Sui marketplace e sui canali social è un continuo fiorire di annunci: centinaia di biglietti per la fase a gironi messi sul mercato tra i 150 e i 560 euro, fino ad arrivare a tagliandi per la finalissima proposti a cifre che superano i 900 euro, un’ondata che sta sollevando seri interrogativi sull’approccio ai grandi eventi del tennis da parte del pubblico italiano.
Sui social media la discussione si è accesa fin da subito, dividendo gli utenti in due fazioni contrapposte. Da un lato c’è chi punta il dito contro quello che viene definito il “tifo da bar” o “occasionale”: “Vedere dal vivo due tra i primi otto giocatori al mondo resta uno spettacolo unico, a prescindere da chi c’è in campo” sostengono i puristi della racchetta. A poco però, sembra servire la concreta possibilità di vedere in campo un altro azzurro, Flavio Cobolli, la cui presenza non sembra scaldare sufficientemente i cuori dei delusi.
Dall’altro lato, infatti, in molti rivendicano la legittimità della scelta: a fronte di un investimento economico imponente tra biglietto, viaggio e soggiorno, il pubblico dei “non specialisti” pagava per l’evento-Sinner, l’uomo capace di spostare le masse ben oltre i confini del pubblico tradizionale del tennis.
“Vi sembra così strano che volessi vedere Sinner in campo e non una partita fra altri due tennisti?” scrive un utente su Facebook. “Se pago un biglietto perché sono un tifoso di Jannik e voglio vedere una sua partita, non capisco le critiche se ora cerco di rivenderlo” scrive un altro tifoso, stavolta su X, altro terreno di forte scontro fra gli appassionati.
Oltre alla schermaglia social, a tremare ci sono anche i broadcaster televisivi. Il torneo di fine anno a Torino è una macchina perfetta fondata su ingenti investimenti pubblicitari, diritti TV da capogiro e sponsorizzazioni di alto livello. La prospettiva di spalti con sprazzi di vuoto, unita a un inevitabile calo degli ascolti sul piccolo schermo senza l’effetto traino di Jannik, rischia di ridimensionare la portata mediatica dell’evento.
Le emittenti, che avevano pianificato palinsesti e spazi commerciali attorno alle sfide dell’altoatesino, vedono ora sfumare la garanzia di record di audience. Allo stesso tempo, la Fitp e gli organizzatori locali si trovano a gestire una patata bollente: dimostrare che Torino e le Finals mantengono un appeal globale imbattibile, anche quando il loro eroe di casa è costretto a guardare le sfide da spettatore.