In molti si chiedono anche se non sia anche arrivato il momento di dire basta, dopo il ritorno al titolo mondiale
Marc Marquez è tornato a parlare in un’intervista a La Sexta delle sue condizioni, migliorate dopo gli anni più difficili ma mai perfette: “Sono sempre stato una persona che convive con il dolore. Ma se dormo sul lato destro, so che mi farà male. Inoltre se svolgo attività come giocare a padel o lanciare sassi nel fiume per tre giorni, sono consapevole che sentirò dolore. Ho una tolleranza alta. Questo aspetto è stato utile in diverse occasioni, ma in altre circostanze mi ha sicuramente danneggiato. A volte pensavo che un acciacco non fosse poi così grave”.
“Ogni infortunio prevede tre fasi. Nella prima ci si sente devastati, nessuno può dare una consolazione: quest’anno, pur avendo vinto il titolo, ho passato tre settimane a casa isolato. Il dolore fa arrabbiare, sfogandosi con i propri cari. Poi, c’è la seconda fase: tutti cercano di frenarmi. L’ultimo momento riguarda la pazienza: vorrei salire in moto, anche se non potrei. Le cadute insegnano quali sono i limiti e fanno rispettare il rischio. È un tabù, ma una volta a casa ci si rende conto del danno subito”.
Inevitabile una domanda su Valentino Rossi: la loro rivalità ha diviso il mondo delle due ruote senza che ad oggi si sia ancora arrivati a una vera e propria pace. “Vivere con il risentimento è molto difficile. Non voglio che i miei tifosi serbino rancore. Preferisco che risparmino le energie per applaudirmi. In occasione del mio infortunio, è stato un altro pilota a ostacolarmi. Ha commesso un errore, ma nessuno lo fa intenzionalmente: siamo sempre al limite, ma, a volte, la gente non lo capisce”.
In molti si chiedono anche se non sia anche arrivato il momento di dire basta, dopo il ritorno al titolo mondiale: “La cosa più difficile per un atleta è capire quando e come fermarsi. So che mi ritirerò per colpa del mio corpo”, ha ammesso Marquez, che nel 2026 potrebbe centrare il suo decimo trionfo iridato.
Chiosa sulla pericolosità del suo sport: “Non mi piacerebbe vedere ipoteticamente mio figlio praticare questo sport. Sono molto protettivo, il mio cognome non lo aiuterebbe. La gente direbbe che è arrivato fin lì grazie alla famiglia. Meglio un pallone da calcio, una racchetta o qualsiasi altra cosa”.