Questo numero di Autosprint non è solo un libro che parla di corse con le macchine, del duello tra Niki Lauda e James Hunt, di tragedie sfiorate; racconta un’epoca gloriosa e molto speciale del nostro Paese. E anche molto altro.
Il numero di Autosprint di questa settimana (in edicola da martedì 11 agosto), di fatto è un libro. 132 pagine, aperte da una copertina speciale disegnata dalla magica matita di Alberto Rinaldi. Un dipinto che rappresenta un portale d’ingresso per un anno che si rifiuta di passare, perché è ancora lì ben oltre i ricordi di chi lo ha vissuto e quel che è stato raccolto da chi non c’era.
Autosprint racconta, in gran parte attraverso la penna di Roberto Boccafogli, firma storica del settimanale, il Mondiale di Formula Uno del 1976, che – come ricorda il direttore Andrea Cordovani
nel suo editoriale – «non fu solo un campionato ma una cicatrice incisa nella storia». Questo numero di Autosprint non è solo un libro che parla di corse con le macchine, del duello tra Niki Lauda e James Hunt, di tragedie sfiorate; racconta un’epoca gloriosa e molto speciale del nostro Paese. E anche molto altro.
Come gran parte dei libri di pregio ha una prefazione altrettanto illuminante, come quella di Piero Ferrari. Poi ci sono contributi di tanti fra quelli che vissero quelle emozioni, da Bernie Ecclestone a Toto Wolff, da Mario Andretti ad Arturo Merzario.
Il 1976 non è solo una data da celebrare in un anniversario tondo. Rappresenta una cicatrice, un taglio netto. Prima la Formula Uno era un circo per trapezisti senza rete, un club per uomini con l’anima in fiamme e poca paura del buio. Dopo è diventata saga, romanzo d’appendice, carne da pasto globale.
Quell’anno il destino giocò a dadi con la natura. Prendiamo in prestito le parole di Andrea Cordovani, direttore di Autosprint: «Il fuoco, prima. Primo agosto. Nürburgring. L’Inferno Verde s’infiamma davvero. La Ferrari numero 1 scarta, sbatte, diventa un rogo. Una pira funeraria d’acciaio. Lauda è dentro. Prigioniero delle lamiere e del calore. Arturo Merzario non ci pensa, butta le mani nude nella fornace per tirarlo fuori, insieme a Lunger ed Ertl. Angeli sporchi di fuliggine. La carne sfrigola, i polmoni si riempiono di morte nera. A Lauda danno l’estrema unzione. Ma Niki rifiuta di farsi cenere. È un sopravvissuto. Quaranta giorni dopo è a Monza. Ha la testa avvolta nelle garze, le piaghe che sanguinano sotto il casco, la pelle viva. Il dolore che guida. Un miracolo laico, feroce. E infine, l’acqua. Inesorabile. In Giappone, ai piedi del Fuji. Un diluvio biblico. Il cielo che si rovescia sull’asfalto in secchiate gelide. L’acqua spegne le fiamme di agosto, ma annega gli sguardi. E lì, Lauda si arrende. Si ferma. Sceglie di non annegare. “La mia vita vale più di un mondiale”. Sceglie di restare uomo, ammette la paura. L’atto di supremo coraggio di una macchina programmata per vincere. Hunt no. Hunt naviga alla cieca in quell’acquario impazzito, balla sulle pozzanghere, rischia l’osso del collo, fora, recupera, arriva terzo. Campione del mondo per un punto. Un insignificante, pesantissimo punto di scarto tra chi ha scelto di respirare e chi ha scelto di non guardare giù».
In queste 132 pagine monografiche, non è stato solo fermato il tempo. È stato strizzato, per farne uscire la pioggia e la benzina. E anche molto altro, come nel racconto di chiusura di questo “libro” di Autosprint, affidato a Stefano Tamburini. Di fatto una “radiografia” del 1976 oltre l’altalena delle emozioni della F.1. Qui viene raccontata l’Italia alle prese con una grave crisi legata all’inflazione e con gli stipendi in pericolo. Un’Italia che a un certo punto scopre la fragilità della sicurezza ambientale (nube tossica di Seveso) e la sciagura di un terremoto devastante in Friuli. Quella è anche l’epoca dell’avvio della corsa alla parità di genere: per la prima volta al governo affidano un ministero a una donna, Tina Anselmi. E in un garage della California Steve Jobs fondava la Apple… Insomma, cominciava a cambiare il mondo e noi non lo sapevamo. Ma soprattutto dagli errori di allora oggi possiamo dire di non essere stati capaci di capire la lezione.