Franco Baresi, la struggente lettera di Beppe Bergomi

Articolo di Martino Davidi

Dopo la scomparsa della leggenda del Milan non poteva mancare l'omaggio della bandiera dell'Inter

Per anni si sono affrontati nei derby e per anni sono stati compagni di squadra in nazionale: Beppe Bergomi e Franco Baresi hanno fatto la storia del calcio italiano e milanese. La bandiera dell’Inter ha scritto una lettera aperta dedicata alla leggenda del Milan, scomparsa venerdì mattina a 66 anni dopo una malattia. L’ex capitano nerazzurro proprio con Baresi ha vissuto un’emozione unica nella cerimonia inaugurale di Milano-Cortina 2026 a San Siro, in veste di tedoforo: “Quella immagine è diventata storia, rimarrà per sempre tra le più belle delle nostre vite”, ha scritto con orgoglio Bergomi.

“Non è mai stato un tipo di tante parole, però lo vedevo emozionato. A un certo punto ci dissero che dovevano metterci l’auricolare, ma lui voleva che lo guidassi solo io: eravamo agganciati tutti e due, vicini in un momento bellissimo. Mi aveva chiesto di tenere la torcia come ricordo e gliel’ho consegnata a fine giugno, in un bar vicino a casa, un covo di interisti in cui si sentiva a casa. Purtroppo, è stata l’ultima volta in cui ci siamo visti”.

“Nel mio primo derby, 6 settembre 1981, 2-2 in Coppa Italia, segnai pure e c’era Franco dall’altro lato. Nelle battaglie sul campo, però, siamo stati sempre lontanissimi: potevamo concederci giusto una stretta di mano e un abbraccio all’inizio, soprattutto quando eravamo capitani, poi non ci si incrociava più, ognuno a difendere la propria area. Non dimenticherò mai, però, la sua partita di addio. Mi chiamò personalmente e mi disse: ”Tu vieni!”. Gli risposi scherzando: ”Mi farai prendere tanti di quei fischi…”. E lui: ”Fregatene…””.

L’esperienza insieme in nazionale: “Nell’82 siamo diventati campioni del mondo insieme. Ci siamo sostenuti a vicenda durante il torneo: eravamo i più giovani del gruppo, stavamo sempre insieme. Insieme abbiamo giocato l’Europeo ’88 e il Mondiale ’90: la fascia al braccio l’avevo io, ma giocando accanto a lui mi sentivo protetto”.

“Oggi penso che siamo sempre stati molto simili: entrambi discreti, educati, figli di un’altra epoca, legati da stima sincera. Mi piace una definizione: capitani senza retorica. E poi, pensate ai nostri soprannomi: lui, “Piscinin”, bambino per sempre; io, “Zio”, un ragazzo che sembrava già adulto. Insieme, due compagni di viaggio, con un pallone tra i piedi e una torcia tra le mani”.

Grande appassionato di sport, è stato un discreto lanciatore di peso ma ha dovuto smettere per problemi ai tendini. Ciò non gli ha impedito di mantenere i legami con il magico mondo dell’atletica. Gli piace scrivere, ma anche leggere: il suo autore preferito è Stephen King e spera di poterlo incontrare un giorno.

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