Addio a Cesare Castellotti, garbo e competenza a 90° Minuto

Articolo di Aldo Seghedoni

Si spegne una voce che per decenni ha accompagnato il calcio italiano con misura, rigore e rispetto.

A 86 anni se n’è andato Cesare Castellotti, una voce che per decenni ha accompagnato il calcio italiano con misura, rigore e rispetto. Un giornalista d’altri tempi, come si dice oggi, di quelli che non cercavano il protagonismo ma lasciavano parlare i fatti, le immagini, il gioco.

Molti lo ricordano per il suo stile sobrio e composto nel raccontare le partite di Juventus e Torino, cronache mai urlate, sempre precise, capaci di trasmettere passione senza perdere eleganza. Castellotti è stato soprattutto il volto dei collegamenti da Torino di 90° Minuto, la trasmissione simbolo della domenica calcistica italiana, quando alle 18 in punto milioni di persone si ritrovavano davanti alla televisione per rivedere le sintesi delle partite di Serie A e Serie B giocate tutte, rigorosamente, alle 15.

Entrò a far parte di 90° Minuto nel 1976 e per il grande pubblico resterà sempre legato a quell’esperienza. Ma ridurre la sua carriera a quel ruolo sarebbe ingiusto. Castellotti è stato molto di più. Ha lavorato al telegiornale, ha raccontato il basket e la pallavolo, ha seguito cinque Olimpiadi e sei Mondiali di calcio, sempre sotto l’insegna della RAI, portando ovunque lo stesso metodo: preparazione, discrezione, affidabilità.

Nel 1999 lasciò la televisione pubblica per la pensione, chiudendo un percorso professionale lungo e coerente. A ricordarlo è stato anche Carlo Nesti, che sui social ha scritto: “È stato, nella Rai di Torino, prima segretario di redazione, poi, per circa vent’anni, capo-servizio del nucleo sportivo”. Un ruolo centrale, svolto con autorevolezza silenziosa, come sottolineato dall’ex Rai, al fianco di colleghi come Beppe Barletti, Franco Costa e Federico Calcagno.

Con la scomparsa di Cesare Castellotti se ne va un pezzo di televisione che non c’è più. Un modo di fare giornalismo fatto di tono basso e rispetto per chi ascoltava. E forse, proprio per questo, ancora oggi così rimpianto.

Gli dicono tutti che è troppo elegante ma lui non crede sia vero. Ha sempre avuto una grande attrazione per la NBA ma l’altezza non l’ha mai supportato e così ha dovuto ben preso riporre il sogno nel cassetto di diventare un giocatore di basket professionista. Ma non considera che scrivere sia un ripiego, tutt’altro.

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