L'Arcitaliano incontra Andrea Luchi

30 Agosto 2016

L'Arcitaliano del basket che rappresenta 4-5 milioni di appassionati   interessati  a creare un dibattito costruttivo fra figure eccellenti del movimento, nel prendere atto con piacere del sì di Ettore Messina a rispondere alle domande che la gente si fa, incontra Andrea Luchi, toscano di Montecatini Terme, 48 anni di cui oltre 20 passati nel basket professionistico, prima come giornalista (“La Gazzetta dello Sport”, “Superbasket”, “La Nazione”, radio e tv) e 15 da General Manager. Montecatini, Messina, Pesaro, Scafati, Sassari e Bologna sponda Virtus, le tappe di una carriera fulminante, iniziata da giovanissimo (27 anni) e conclusasi nel 2009 alla Virtus con la vittoria dell’Eurochallenge, ultimo trofeo della storia virtussina ed una Finale di Coppa Italia persa di 1 punto con Siena.

Oggi Andrea Luchi è un affermato imprenditore-manager, ha creato una sua società  importando dagli Stati Uniti sistemi per la qualità dell’aria interna  ed è Team Leader, Senior Consultant e formatore di una società leader di consulenza e formazione, da 20 anni nel settore dei servizi alle imprese e che ha fra i sui clienti  Acea Spa, Gucci Spa, GE Oil&Gas e tanti altri. La sua storia nel basket è ancora aperta, nel senso che c'è chi lo voleva manager  di punta di Legabasket e chi  desiderava vederlo in campo  subito per la presidenza della Fip, e che rimane un nome  per il futuro.

“In questa nuova avventura professionale – esordisce – mi porto dietro i tanti insegnamenti ricevuti dalla pallacanestro e dallo sport. Gestire gli altri è sempre stata per me una vera passione, lo faccio con grande piacere ed entusiasmo. Veder crescere i propri collaboratori, soprattutto quelli più giovani, è una sensazione unica, ispirarli durante il cammino, consolidare la loro fiducia, assecondare i talenti degli altri cercando di comprenderne limiti e difetti è da sempre la mia specialità. Purtroppo, vedo sempre meno queste caratteristiche nello sport di vertice dove gli interessi del business sommati all’esasperazione del successo ad ogni costo stanno un po’ travolgendo tutto il resto”.

“Voglio precisare - prosegue -  che i giudizi, talvolta anche un po’ netti, che darò in questa intervista sulla pallacanestro italiana di oggi derivano dal mio grande amore verso la stessa. Non potrò mai dimenticare le enormi soddisfazioni che ho ricevuto in tanti anni di dedizione al gioco più bello del mondo. Così come non potrò mai finire di ringraziare veri Maestri come Gianfranco Benvenuti, Raoul Bellandi (il primo presidente di Montecatini), Tonino Zorzi e tutti gli altri che ho avuto la fortuna di incrociare sul mio cammino di professionista ma soprattutto di uomo. E’ un momento difficile ma sono certo che la pallacanestro possa risollevarsi perché è semplicemente il gioco più bello, intelligente e spettacolare mai inventato. Ci vorrebbe coraggio, molto più coraggio, quello sì”.

- Per un manager di successo che  viene dal basket, dev'essere dura leggere certi risultati e certi commenti?

“Vivo questo momento con dispiacere perché osservo che le enormi potenzialità di questo sport in Italia continuano a non essere valorizzate al massimo. E’ vero che siamo un popolo di CT, e che siamo tutti bravi nell’arte di criticare, ma è altrettanto vero che non portare la Nazionale alle Olimpiadi da ben 12 anni fa veramente male. E la dice lunga sullo stato di salute di un movimento. A Torino abbiamo fallito un’occasione enorme, inutile girarci tanto intorno. La Croazia poteva e doveva essere sconfitta, era l’unica partita che contava, lo sapevamo. E se non lo abbiamo fatto occorre chiedersi il perché visto che il campo, come sempre, è l’unico giudice”. 

- Allora proviamo a distinguere del management, quello azzurro, quello della Lega e dei vari club?

“In Nazionale, se non mi sono distratto, il management è di fatto inesistente, il vero GM degli Azzurri lo ha fatto il Presidente e qui, non è un problema personale, credo che l’impostazione non sia stata pensata bene, per niente. Sappiamo che da sempre, anche nei club, gli equilibri tra presidente/proprietario, GM e Capo Allenatore sono alla base di tutti i successi. E’ una triade inscindibile, a mio avviso. E anche nella storia della Nazionale, soprattutto di quelle che sono salite sul podio per ricevere una medaglia, personaggi come Rubini, Porelli e Mattioli hanno sempre fatto la differenza, costituendo un fondamentale cuscinetto tra il Presidente ed il CT, tra la squadra ed il CT, tra il Presidente e la squadra. In Italia, ormai, la figura del GM, salvo qualche rara eccezione, è stata di fatto rottamata, mi sembra che i risultati disastrosi siano sotto gli occhi di tutti. E, viceversa, nei club dove c’è ancora un bravo GM e dove le cose vengono impostate e pianificate con professionalità e managerialità, ovvero dove la società detta i tempi ed i ritmi, cioè comanda tanto per essere ancora più chiari, i risultati arrivano. E’ un caso? Certamente no”.

- Ci risulta che lei fosse uno dei 15 fra autocandidati, raccomandati, o indicati dai club,  com'è andata la selezione di Legabasket?

“Un club di serie A, effettivamente, ha avuto l’idea di inserire anche il mio profilo tra quelli che erano in corsa per il ruolo di presidente o DG di Lega Basket. Per me è stato un grande onore. La cosa che mi ha lasciato perplesso, lo dico senza polemica, è che una commissione composta da diverse persone che non mi conoscono - e forse non conoscevano nemmeno molti degli altri.. -  ha operato tagli e scelte senza nemmeno incontrare i vari candidati che, a quanto mi risulta, non erano nemmeno tantissimi alla fine. Occupandomi  professionalmente anche di recruiting e selezione, so benissimo che il contatto diretto è il momento decisivo di ogni possibile rapporto professionale, quello nel quale si dà l’opportunità al candidato di presentarsi, di esprimersi, di argomentare de visu le proprie idee, mostrando anche il proprio entusiasmo, fondamentale per ogni grande progetto, oltre alle proprie competenze e alla personalità di cui dispone”.  

- In quattro anni Legabasket  pur tartassata e scontenta della gestione Petrucci ma non ha saputo creare un proprio candidato per la presidenza...

“E qui devo dare ragione a Cino Marchese,  l’unico che, con grande lucidità e per l'esperienza e la statura internazionale possedute, ha capito  dove sta il problema. Il punto è la perdita clamorosa di competitività della nostra Lega Basket e, di conseguenza, del nostro campionato di vertice, la serie A. Il processo infatti non è che se hai una forte Nazionale poi hai un grande serie A. E’ esattamente il contrario: una grande Lega, ed un grande torneo di vertice, ti regalano una forte rappresentativa azzurra. Questo in pochi comprendono, questo quasi nessuno ha sottolineato, compresi i media. Con chi combattevano gli azzurri dei due cicli d’oro della nazionale (1980 Mosca-1983 Nantes il primo e Parigi 1999-Atene 2004 il secondo)? Con americani, spesso  prime scelte della Nba, in un contesto di società, organizzazione, dirigenti, tecnici, sponsor, pubblico, tv e stampa che ci collocava ai vertici europei, ce la giocavamo sempre tra il primo e il secondo posto. Ad essere terzi non ci pensavamo nemmeno. E nelle Coppe Europee, facevamo incetta di successi, la Coppa dei Campioni negli anni ’70 e ’80 l’abbiamo vinta nove volte e anche negli anni ’90 e primi del duemila eravamo competitivi, se non giungeva la vittoria di sicuro eravamo sempre nelle prime 4, come minimo. Oggi la nostra Lega è forse al settimo posto in Europa, dietro anche a Germania, Turchia e Grecia. Da 5 anni non partecipiamo alla Final Four di Eurolega, non la vinciamo da 15 anni, abbiamo 1 sola partecipante quando erano 4 solo pochi anni fa, e nessuna italiana  nelle prime 16  l'ultima stagione. Il quadro è spietato e non lascia spazio a dubbi sull’attuale stato di salute della nostra Lega, veramente ai minimi storici”.

- Lei general manager  della Virtus Bologna l'unica volta che Siena poteva  perdere sul campo e conquistato l'ultimo trofeo, può spiegare perchè  il club col maggior incasso e pubblico pagante è retrocesso per la prima volta in A2?

“Non è facile da spiegare, tanto meno da capire dall’esterno. Sicuramente, sono stati fatti degli errori, molti e direi anche grossolani, perché una retrocessione è come una promozione, non inganna mai, essendo il compendio di molti mesi di lavoro. Pensare alla Virtus Bologna in A2 fa male, molto male. Spero che chi dirige il club adesso abbia ben presente il valore della storia delle V nere ed il capitale inestimabile che rappresenta il popolo bianconero che, per numero, passione e competenza, è praticamente senza uguali a livello nazionale. Bisogna ripartire dalla gente della Virtus e dall’orgoglio smisurato di questa grande comunità. La Virtus in A2 deve essere di passaggio, ho già sentito discorsi che non mi piacciono del tipo “a fine stagione vedremo se siamo da serie A o meno”, consentitemi di dissentire da questo tipo di impostazione. Se sei a Bologna, ti chiami Virtus e giochi la serie A2 devi avere fisso in mente un unico obiettivo: uccidere il campionato, spazzare via la concorrenza per tornare dove ti compete. Tutto il resto per me non esiste ed è incomprensibile”.

- La classe dirigente del basket, quando lei giovane GM andava in Lega, era migliore o inferiore a quella di oggi?

“Ho avuto la fortuna di partecipare ad assemblee di Lega Basket guidate dall’Avv. Porelli, da Gianni De Michelis, da Angelo Rovati, Alfredo Cazzola e Giulio Malgara. Ed i nomi da soli hanno già risposto. Ma, in realtà, non è un problema soltanto di nomi. Allora, c’era uno spirito diverso in Viale Aldo Moro, tutti si facevano la guerra sul parquet, sportivamente parlando, ma in quelle stanze poi ci si univa e si lavorava assieme per costruire. Spesso innovando, anticipando i tempi con visione e lungimiranza. Non dimenticherò mai quando l’Avv. Porelli raccontava della volontà di Bogoncelli, ai tempi del Simmenthal, di effettuare prestiti e scambi con le avversarie, anche di giocatori importanti, per tenere alto il livello competitivo del campionato. Oggi, siamo appena usciti da un dominio a senso unico di una squadra che poi è miseramente inciampata in tutta una serie di reati che ne hanno decretato la fine. E non è stato un dominio “illuminato”, per niente. Quella squadra, anziché innalzare il livello della pallacanestro italiana, ha soltanto pensato a togliere di mezzo i potenziali rivali, a indebolirli, e a “comprare” consenso ad ogni livello e la conseguenza pratica è stata che la competitività del basket italiano è crollata. E pensare che molti si mettevano sugli attenti e incensavano quel modello di gestione. Dove sono finiti questi signori, mi verrebbe da chiedere adesso?”.

- Via via son scomparsi i garibaldini, poi i vespasiani e nel basket da  ultimo i general manager  figure basilari del boom del basket,  Sarti, Di Stefano, Cappellari, Morbelli, Gualco, Celada, De Respinis, De Stefano?

“Questo problema rappresenta una vera calamità. Il General Manager è figura chiave ed insostituibile. E tutti i grandi successi della storia della pallacanestro italiana sono stati costruiti su una triade: Presidente, GM, Capo Allenatore. Oggi, molti proprietari pensano di poter fare loro il General Manager, oppure li scelgono fra gli allenatori, oppure mettono qualche parente o amico, come se essere dirigente di un club professionistico fosse una barzelletta o alla portata di tutti. O, ancora peggio, si mettono nelle mani dei procuratori e si fanno fare la squadra da loro. Potreste mai immaginare un AD o un CEO di una grande azienda che affida ad un fornitore il controllo ed il comando delle operazioni societarie? Sarebbe immediatamente destituito e poco dopo anche “internato”. Questo purtroppo sta succedendo nella pallacanestro italiana. Molti dei proprietari della nuova generazione non hanno la cultura sportiva, non hanno la benchè minima idea di come si gestisca un’azienda sportiva di alto livello che richiede professionalità, qualità, impegno, dedizione, competenza, regole certe e chiare per tutti.  E su questo punto ha sbagliato, e di grosso, anche la Lega: già quindici anni fa, sostenevo che occorreva creare una scuola seria per dirigenti, per crescere nuovi talenti ai quali affidare la gestione del basket del terzo millennio, dotandoli di tutti gli strumenti che occorrono per dirigere un Club ad alti livelli, che è attività molto complessa e che richiede personalità, preparazione, entusiasmo, capacità di lavorare in team e di gestire lo stress. Ma si è sempre preferito navigare “a vista”, pensando solo al quotidiano,  senza mai avere il coraggio di avere una visione ed un orizzonte più profondi. E allora, anno dopo anno, i club si sono sempre più indeboliti, hanno perso credibilità e autorevolezza, hanno perso il comando delle operazioni a discapito molto spesso dei procuratori che hanno preso il sopravvento gestendo un potere che non spetterebbe a loro con una Lega forte e coesa. Non ce l’ho con i procuratori, sia chiaro, i responsabili non sono loro, la colpa è di chi ha consentito che tutto ciò avvenisse”.

- Quale è stato l'errore più grosso commesso in questi anni nella gestione del basket?  

“La progressiva perdita di potere e controllo da parte delle società, che, in quanto aziende, debbono avere il controllo assoluto delle operazioni. I tesserati sono dipendenti, o usando un termine che mi piace di più, collaboratori. La società deve dettare i ritmi, fissare gli obiettivi, creare un sistema di regole giuste ed equilibrate che vengano rispettate da tutti, con disciplina e professionalità assolute. E deve essere sempre “sul pezzo”, con i suoi uomini di punta, a verificare la totale adesione e l’allineamento di tutti i dipartimenti che lavorano in contemporanea sul progetto (staff tecnico, squadra, staff medico, settore giovanile, comunicazione e marketing, amministrazione e finanza). E, dall’altra parte, deve costruire una pianificazione che preveda il rispetto assoluto degli impegni presi con le persone. Molto semplicemente: pagare gli stipendi puntualmente. Fatto che, sentendo i tanti amici che ho ancora nella pallacanestro, non avviene. E se è davvero così, il vero inizio della fine è questo".

- Il sistema di controllo, poi, non sembra proprio all'altezza vedendo la casistica delle criticità.

"Anche qui la FIP e le Leghe possono e devono fare di più perché partire dal rispetto puntuale degli impegni contrattualmente assunti è la prima ricetta per iniziare a curare qualsiasi azienda e qualsiasi movimento. E se non si rispettano gli impegni tutto il resto cade automaticamente. Come posso essere credibile e quindi pretendere impegno, adesione, entusiasmo e disciplina da una persona che non pago? O che sistematicamente, peggio ancora, prendo in giro con scuse e rinvii continui, spesso imbarazzanti? Da qui, dobbiamo ripartire, non da ricette fumose ed incomprensibili”.

- Si dice che piove sempre sul bagnato, per cercare di andare alle Olimpiadi e avere Messina la Fip ha perso il preolimpico, aspetta le sue decisioni invece di decidere lei e subito e  ha messo fuori quattro squadre dall'Eurocup che certamente vale più della nuova Champions FIBA.

“Ho il massimo rispetto di Messina e della sua carriera ma, per quanto mi riguarda, non c’è essere umano sulla Terra che conti più della maglia azzurra e del progetto Nazionale Italiana. Quindi, è evidente che non sono d’accordo con la strategia di Petrucci di attendere le decisioni del nostro capo allenatore a gennaio o forse febbraio 2017. E’ proprio il messaggio che sta alla base di questa scelta che non funziona e che, a mio avviso, deprezza il valore della maglia azzurra stessa. Poi, tra le altre cose, ho sentito anche dire “i giocatori volevano lui” e qui sono veramente impallidito. Lei ce lo vede Rubini o Porelli ad ascoltare il parere dei giocatori su chi deve fare o non fare l’allenatore? Secondo me, abbiamo un attimino smarrito il senso. I giocatori sono fondamentali, vanno coinvolti, tecnicamente ed emotivamente, in un progetto ma non devono avere nessun tipo di potere nelle decisioni strategiche di una squadra, sia essa di club o nazionale. Quando si iniziano le consultazioni con i giocatori, lo dico per esperienza, è l’inizio della fine. Il giocatore deve fare il suo mestiere, impegnarsi, allenarsi duramente, lavorare con il gruppo e per il gruppo, andare in campo e portare soluzioni a favore di tutti. Facendo la differenza nel rettangolo di gioco e basta. Punto".

- Dal punto di vista tecnico, invece che  sta succedendo?

"La nostra pallacanestro ha veramente bisogno di tornare ai “fondamentali”, non solo quelli tecnici, quindi passaggio, palleggio, tiro, gioco senza palla, arresto e tiro, penetra e scarica, etc, che di per sé sarebbe già un balzo in avanti, ma forse questo è un effetto dei fondamentali  gestionali male applicati, dove noto  ultimamente troppa confusione”.

- Secondo lei il basket è maturo per bloccare le retrocessioni e passare alle franchigie?

“Vorrei tanto rispondere di sì ma, guardando in faccia la realtà, la risposta è ancora no. In Italia, nonostante l’alto numero di appassionati, e quasi cento anni di storia, la cultura della pallacanestro è ancora lontana da quella americana dove il gioco è stato inventato e si può dire essere penetrato, a tutti i livelli, nelle pieghe della società, dai giovanissimi sino alle generazioni più mature. Noi non abbiamo il sistema scolastico che è un vero e proprio architrave del sistema basket USA, quello che crea la vera cultura e diffonde il vero spirito del gioco più bello di questo mondo. Noi passiamo dai settori giovanili, e dai campionati studenteschi, alle prime squadre dove ancora la mentalità calciofila incide, c’è poco da fare. E allora la lotta per la retrocessione può tenere vivo l’interesse di una stagione intera. E’ un problema di cultura, anche di comprensione del gioco, che però i vertici della nostra pallacanestro dovrebbero iniziare ad approcciare, iniziando ad inserirlo nei vari programmi quadriennali, anziché parlare quasi sempre di soldi, tasse, contributi e robe di questo genere. Voglio dire che è giunto il momento di creare valore, dare più profondità e ispirazione ai progetti delle Istituzioni che governano il nostro sport, provare a staccarsi dalla quotidianità ed iniziare a lavorare per la pallacanestro del 2020 ma anche per quella del 2030 e del 2040”.

- I risultati della nazionale risentono  dell'enfasi di chi continua a sbandierare che abbiamo 4 giocatori NBA mortificando gli italiani?

“Assolutamente sì. Questa storia dei giocatori della NBA ha creato un equivoco di fondo. E l’equivoco degli equivoci è stato quello di considerare questa nazionale come la più forte di sempre. Qui non esprimo giudizi perché sarei certamente querelato. Non è che avendo degli atleti NBA automaticamente arrivano le vittorie, tutt’altro. Poi, andiamo a vedere chi sono e cosa hanno vinto prima di fare proclami. E, a parte Belinelli, non mi sembra che gli altri abbiano un palmarés ricco di trionfi. Il basket Fiba è un altro sport rispetto alla NBA, completamente. Si giocano difese molto più tattiche, la gestione del ritmo e del timing è completamente diversa e si incontrano nazionali, tipo la Lituania, che mettono in campo una vera e propria scuola cestistica e che, di conseguenza, sono durissime da sconfiggere seguendo un credo ed una filosofia molto consolidate, con una fede incrollabile nel loro sistema. Mettere assieme, in poco tempo, tre della Nba con gente che gioca in altri campionati europei è esercizio molto complesso, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Spero che qualcosa tutto questo ci abbia insegnato e mi auguro di vedere molta più umiltà nei prossimi appuntamenti. Perché prima si vince e poi si fanno proclami, mai viceversa”.

- Possiamo ancora sperare che le cose cambiano, che gli uomini non siano  sempre gli stessi e  con Legabasket,depauperata di storia e cultura cestistica ,sempre più prona?

“Questo non lo so dire ma sono certo, come ho già affermato, delle intatte ed enormi potenzialità del prodotto pallacanestro italiana. Certo, ci vogliono dirigenti che “rompono lo schema”, che pensano, per dirla con Dan Peterson, “off the box”, che mettano in campo un sussulto di orgoglio e di coraggio. La pallacanestro italiana deve uscire da questa routine, trasformatasi forse in rassegnazione che la sta lentamente uccidendo. Deve tornare a produrre anche in termini di creatività ed innovazione e tornare a  obiettivi ambiziosi, di primo livello. A essere punto di riferimento in Europa, cercando di riqualificare la serie A, riportandola almeno tra le prime tre leghe europee. Facendo riforme che diano più spazio ai giocatori italiani e  sanciscano un punto fondamentale: la serie A è professionistica, dalla A2 in poi sono tutti dilettanti, quindi anche gli stipendi dovrebbero essere rivisti di conseguenza essendo la salute finanziaria dei Club non più procrastinabile; occorre quindi costruire un sistema compatibile e gestibile dove gli impegni siano puntualmente rispettati, agendo in una doppia direzione: aumentare i ricavi attraverso nuove idee, nuove formule, persino nuove sperimentazioni ma dall’altro contenere i costi e chiudere almeno in pareggio i bilanci. Questi dovrebbero essere i veri temi della pallacanestro italiana, leggo molto, mi documento, vado sui siti specializzati ma di questi argomenti non trovo quasi traccia. O forse sono io che sono distratto…”.

- Il CONI non è mai stato così vicino al basket, forse troppo?

“No, troppo no. Anzi, colgo l’occasione per complimentarmi con il Presidente Giovanni Malagò che ha fiutato l’importanza del momento e che ha fatto tutto, forse anche di più, per aiutare la FIP a riportare la Nazionale ai Giochi Olimpici. Avere una nazionale in uno sport di tale prestigio a Rio sarebbe stato importante per tutto il movimento olimpico italiano, inutile negarlo. Il grande risultato dell’Italia nei Giochi Olimpici conferma peraltro il mio ottimo giudizio sul CONI attuale che, con fatica ma anche con impegno, di questo va dato atto, sta cercando di svecchiare lo sport italiano e di portare una cultura nuova e diversa. Ce ne era assoluto bisogno e, per quanto mi riguarda, vedo con grande favore lo sforzo del Presidente Malagò e di tutta la sua giunta in questa direzione”.

- Cosa ci rimane ancora di buono,  a parte l'infinita pazienza italiana, in questa basket-decadence?

“Ci rimane la cosa più importante e preziosa: l’amore del pubblico, dei tifosi e la passione di tanti giovani e del Minibasket che coinvolge le famiglie per il gioco, che è unico, spettacolare, accattivante, emozionante, un vero inno alla bellezza di questa vita e all’intelligenza dell’essere umano. E ci rimangono migliaia di appassionati e di addetti ai lavori, dirigenti, allenatori, arbitri, ufficiali di campo, massaggiatori, atleti dilettanti che, in ogni regione italiana, vivono la pallacanestro come una sana passione, magari guadagnandoci poco o niente, spesso anzi rimettendoci di tasca, e che svolgono un ruolo anche sociale di fondamentale importanza. A queste persone, va restituito entusiasmo e senso di appartenenza. Da qui, occorre ripartire. Con idee nuove e coraggiose, ribadendo fino allo sfinimento il termine ed il concetto di coraggio. La pallacanestro italiana gioca da troppi anni “in difesa”, gioca a prendere un punto in meno, occorre rialzare la testa e tornare ad aggredire obiettivi alti, prestigiosi, ambiziosi”.

- Lei è una delle figure più seguite sui social forum del basket per le sue analisi, che focalizzano fatti più che essere visti come sferzate, a proposito la massa critica del basket come giudica Petrucci? 

“Ci sono molti che lo criticano, alcuni anche ferocemente, come è normale che sia, altri che lo difendono, sostenendo che lui ha fatto tutto il possibile per portare gli azzurri a Rio. Alla fine della fiera, quando si fallisce un obiettivo sportivo così importante e prestigioso bisogna essere pronti ad incassare e a prendersi le proprie responsabilità. Non vedo sinceramente altre strade possibili”.

- E lui, il leader maximo dei risultati mancati,  che strada ha preso?

"Sull’esito del preolimpico mi sarei atteso una maggiore assunzione di responsabilità, anziché dire che perdere ai supplementari è come perdere ai rigori nel calcio, una lotteria. Mi è sembrato un paragone molto ma molto infelice”.

- Per Petrucci  i social forum non contano niente rispetto alla carta stampata, l'ha dichiarato a chiare lettere a  una radio toscana, lui dice di non leggerli, però gli fanno comodo quando ha bisogno di interviste.

“Se davvero questa è la sua visione c’è veramente da preoccuparsi. Ormai viviamo in un’era pienamente “digital” ed essere sui social network è semplicemente determinante. Ovviamente con una strategia di comunicazione ben precisa. Barack Obama ha vinto due elezioni per la presidenza degli Stati Uniti d’America anche grazie a Facebook che oggi, tanto per dare qualche numero, ha 22 milioni di iscritti in Italia, quasi 2 miliardi in tutto il mondo. Il progresso non si può arrestare né tanto meno combattere e, come diceva il futurista  Filippo Tommaso Marinetti “ha sempre ragione anche quando ha torto”.

A cura di ENRICO CAMPANA

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