La tragica storia di Ulrike Maier, morta dopo una rovinosa caduta

Articolo di Aldo Seghedoni

Quanto avvenne il 29 gennaio del 1994 è una ferita ancora aperta per chi ama lo sci.

Quanto avvenne il 29 gennaio del 1994 durante la discesa di Coppa del Mondo sulla pista Kandahar di Garmisch-Partenkirchen, nell’Alta Baviera, in Germania, è una ferita ancora aperta per chi ama lo sci. In quel grigio sabato Ulrike “Ulli” Maier si presentò al cancelletto di partenza con il pettorale numero 32. Partì alle 13.58 senza particolari aspettative.

Poco più di novanta secondi dopo, però, la gara si trasformò in tragedia. A pochi metri dal traguardo lo sci destro dell’atleta austriaca si piegò improvvisamente, rimanendo incastrato nella neve. La campionessa, che aveva già deciso di chiudere la carriera a fine stagione per dedicarsi maggiormente alla figlia Melanie, allora di quattro anni, stava procedendo a circa 105 km orari.

La caduta fu violentissima: prima l’impatto contro il fondo durissimo della pista, poi lo schianto contro un accumulo di neve protetto da balle di paglia. L’urto e la rotazione del corpo provocarono uno spostamento di quattro centimetri della colonna cervicale, con la conseguente recisione del midollo spinale e la lacerazione delle arterie del collo.

Per Ulli Maier non ci fu alcuna possibilità di salvezza: due ore e mezza più tardi, alla clinica di Murnau venne dichiarata la morte cerebrale.

Ulrike Maier, alla quale oggi è intitolata la pista femminile dello Zwölferkogel, è stata una delle protagoniste assolute dello sci tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Nel 1989, ai Campionati del Mondo di Vail, conquistò la medaglia d’oro nel super-G, il suo primo grande trionfo internazionale. Poco dopo rivelò di essere incinta di tre mesi.

Quattro anni più tardi, ai Mondiali di Saalbach, a breve distanza dalla sua casa, tornò a scrivere una pagina memorabile dello sci. Dopo un periodo di stop per infortunio, riuscì a ritrovare la forma migliore e a vincere l’argento in gigante e l’oro in super-G, davanti alla figlioletta, al compagno Hubert Schweighofer e ai genitori.

Le immagini di Ulrike sul podio, sorridente e con la bimba tra le braccia, fecero il giro del mondo. Era il 29 gennaio 1991, esattamente tre anni prima del tragico incidente che le sarebbe costato la vita.

La sua tragica scomparsa segnò un punto di svolta: già dal giorno successivo si iniziò a investire con decisione sulla sicurezza, introducendo nuove protezioni, reti più efficaci, tracciature migliorate e caschi più avanzati. Un’eredità che continua a influenzare lo sci moderno.

Gli dicono tutti che è troppo elegante ma lui non crede sia vero. Ha sempre avuto una grande attrazione per la NBA ma l’altezza non l’ha mai supportato e così ha dovuto ben preso riporre il sogno nel cassetto di diventare un giocatore di basket professionista. Ma non considera che scrivere sia un ripiego, tutt’altro.

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