L'Azzurro è stato costretto a fermarsi per il problema al ginocchio: il parere del medico
Lo stop di Jannik Sinner fino al 2027 spaventa i tifosi: il problema al ginocchio si è rivelato più persistente del previsto e l’Azzurro, fermo dalla finale di Wimbledon, ha deciso di saltare tutto il resto dell’anno per recuperare al meglio in vista del prossimo Slam in Australia.
Tanti temono per la carriera del campione azzurro ma secondo il dottor Fabrizio Tencone, direttore del centro Isokinetic di Torino, il problema non dovrebbe essere così grave. “Se fosse stata una cosa molto grave, qualcosa di rotto o danneggiato, sicuramente l’ortopedico avrebbe optato per l’operazione. Il fatto che si parli di gestione conservativa è la conferma di una gravità modesta”, sono le parole alla Gazzetta dello Sport.
“Se è confermata questa sofferenza della bandelletta, parliamo di un problema che non comprometterà assolutamente la sua carriera. Quando si parla di tendini i tempi sono sempre medio-lunghi. Non meno di 12 settimane per avere qualche risultato”, continuato il medico. Non basterà solo il riposo però, ma anche il recupero della forza muscolare: “La medicina per una tendinopatia è il recupero della forza. La parola d’ordine è rinforzare. Ha uno staff preparatissimo. Ci vuole lavoro e tempo, ma alla fine tornerà sano e competitivo”.
A fare chiarezza sulla natura dell’infortunio è stata Sky Sport, che ha ricostruito quanto accaduto nelle ultime settimane. Al termine del periodo di vacanza seguito a Wimbledon, Sinner è stato tormentato da una tendinopatia extra-articolare alla parte esterna del ginocchio destro: si tratta della sindrome della bandelletta ileo-tibiale, un infortunio da sovraccarico tipico di chi compie movimenti ripetuti. Il dolore, acuto e intermittente, ha spinto l’altoatesino a sottoporsi a diversi consulti medici, l’ultimo e il più importante dei quali si è tenuto a Lione con il professor Sonnery-Cottet, uno dei massimi esperti mondiali nella cura del ginocchio. La conclusione è stata unanime: nessun intervento chirurgico, ma una terapia conservativa incompatibile con gli allenamenti ad alta intensità. La preoccupazione principale dello staff medico non riguarda dunque l’operazione, bensì il rischio di recidiva, di cronicizzazione o di una futura calcificazione che potrebbe rendere inevitabile un intervento chirurgico in futuro.