La vita del pilota ebbe una terribile svolta il 17 giugno del 1990.
17 giugno 1990: in Italia si stanno giocando i Mondiali di calcio. Poco distante, a Fiume, si sta correndo il Gran premio di Jugoslavia del Motomondiale. Chi ha visto le immagini ricorderà per sempre quell’attimo in cui Reinhold Roth tamponò la moto di Darren Milner: un impatto tremendo che fu una vera e propria sentenza per il vicecampione del mondo del 1987 e del 1989 (anni in cui vinse tra gare, a Le Mans, Assen e Brno) nella classe 250 cc. In pochi secondi passò a un futuro terribile, passò dalla lotta per salire sul podio a quella contro l’immobilità totale.
In quella maledetta domenica Roth faceva parte di un gruppo di testa composto da sette corridori. In cinque riuscirono a doppiare Milner senza problemi. L’australiano aveva deciso di ritirarsi a causa della pioggia e procedeva quindi a velocità molto ridotta. Roth vide Milner troppo tardi nella curva a sinistra. La collisione fu inevitabile. Con la sua Honda si schiantò a 180 chilometri orari contro il retro della Yamaha, volò in aria con un’ampia parabola e ricadde sull’asfalto colpendo schiena e testa. Poi rimase immobile, senza alcuna reazione: si pensava fosse morto. Roth, che riportò emorragie cerebrali e una frattura della base cranica, rimase per circa otto minuti senza apporto di ossigeno. Un tempo lunghissimo. Ma sopravvisse e restò in coma per sei settimane.
Le conseguenze furono inevitabili. Roth divenne un caso di assistenza permanente, in stato pressoché vegetativo. Subito dopo l’incidente i medici gli avevano dato pochissime probabilità di sopravvivenza. La moglie Elfriede si aggrappò a ogni minimo spiraglio. Iniziò a lottare per la vita del marito.
Non si allontanò da lui e per i due anni e mezzo trascorsi nel centro di terapia nel quale il centauro era stato ricoverato, fu sempre al suo fianco. Poi le cose cambiarono anche se Roth, paralizzato su un lato del corpo, non riuscì mai più comunicare ed esprimersi in modo comprensibile. Reinhold si è spento il 15 ottobre del 2021.