Il conduttore radiofonico e televisivo ha parlato delle critiche all'Azzurro: "C'è un'ansia repressa di bastonarlo"
Fulvio Giuliani sul suo profilo Linkedin ha commentato con asprezza il caso di Jannik Sinner, puntando il dito su chi sta criticando l’Azzurro per la sua scarsa trasparenza in merito all’infortunio al ginocchio che lo sta bloccando ormai da tre mesi. Sinner ha appena dato forfait al torneo di Shanghai e secondo rumors dovrebbe saltare anche il Six Kings Slams.
“Diciamolo subito e a scanso di equivoci: la trasparenza serve – ha premesso il conduttore radiofonico e televisivo -. Chiarire l’entità di un infortunio, i tempi di recupero e le scelte dello staff non è un vezzo per morbosi, ma una buona abitudine professionale. Serve a evitare il vuoto pneumatico in cui prosperano le fesserie da bar, tutela il circuito e rispetta chi segue il tennis con cognizione di causa. I dubbi legittimi, tecnici e puliti avanzati da cronisti seri non solo sono comprensibili: sono doverosi. Come le riflessioni su una comunicazione che non c’è”.
“Il punto vero, però, è un altro. È il termometro dell’indignazione che improvvisamente schizza alle stelle, rivelando un riflesso tutto italiano. Perché quando Jannik Sinner tace o sceglie la linea del riserbo, una parte del nostro circo mediatico e d’opinione non si limita a chiedere lumi: si offende, punta il dito, moralizza”.
“Viene allora il sospetto che dietro tanto sdegno per un comunicato mancato ci sia solo l’ansia repressa di bastonare il campione. C’è una falange trasversale di commentatori, professionisti del ditino alzato e antipatizzanti d’ufficio che non aspettava altro. Quelli che ancora non gli hanno perdonato la residenza a Montecarlo, quelli che ‘sì, bravo, ma non ha carisma’, quelli che scambiano la compostezza per alterigia. Ecco che per molti ogni mezza parola non detta diventa arroganza, ogni scelta un affronto alla nazione”.
“La domanda da farsi non è se la gestione della comunicazione di Sinner sia stata perfetta – non lo è stata – ma da dove nasca questo livore di taluni (non pochi). Il bisogno compulsivo di abbattere chi sta troppo in alto è solo un tratto da cortile travestito da deontologia ed è il tema di valore generale dietro questa storia sportiva”, ha concluso amaro il giornalista.