“Nel 750 a.c. i primi abitanti di Roma, coraggiosi ma privi di femmine, al comando di Romolo, invasero il vicinato e attuarono il famoso “ratto delle Sabine”. Oggi, a distanza di qualche millennio, Roma, priva del basket di vertice, si lancia nell’altrettanto famoso “Ratto delle squadre di basket”. Non posso non ricordare che da quel ratto originò il più grande Impero conosciuto nell’antichità. Sarà lo stesso per la Roma del basket futuro?”. A fare questa domanda, sui propri social, è Valerio Bianchini, uno degli allenatori più vincenti nella storia del basket italiano.
Il riferimento al “ratto delle squadre” non è casuale: nelle ultime settimane si è fatta sempre più insistente la voce di una possibile cessione del titolo sportivo della Pallacanestro Trieste a Roma, ipotesi che ha fatto discutere l’intero ambiente cestistico nazionale. E proprio Bianchini, in un’intervista concessa al Messaggero, non ha nascosto la propria preoccupazione per il destino della piazza giuliana: “Sarebbe terribile – ha dichiarato il ‘Vate’ -. Il basket moderno affonda le sue radici molto tempo addietro, quando ai tempi dell’esodo Bogoncelli portò da Trieste Cesare Rubini e contribuì a fare grande Milano, col marchio Borletti prima e Simmenthal poi. Senza contare che i triestini subirono un torto anche all’epoca Stefanel”. Un monito carico di storia, che richiama come Trieste abbia già pagato in passato un prezzo altissimo in nome delle ambizioni altrui.
Il tecnico ha poi aggiunto: “Parliamo di una piazza storica, che ha passione e quasi 5.000 abbonati. Purtroppo non penso che Matiasic tornerà sui suoi passi, spero solo che Trieste possa avere ancora una squadra in A oppure in A2”. Parole che suonano come un addio malinconico a una realtà cestistica radicata nel territorio, ma anche come un appello affinché la città non venga lasciata completamente orfana del grande basket.
Del resto, Bianchini conosce Roma e le sue ambizioni meglio di chiunque altro. Fu proprio lui a portare lo scudetto nella capitale nella stagione 1982-83, alla guida del Banco di Roma, in una città che viveva allora un momento di grande fermento: “Era una Roma uscita dalla Dolce Vita, che si toglieva dalle spalle la polvere della città ministeriale: con Liedholm e Falcao vinceva lo scudetto nel calcio, piccole aziende digitali nascevano, c’era un risveglio”, ha ricordato il tecnico in una recente intervista a Repubblica. Un contesto irripetibile, che rende ancora più affascinante — e al tempo stesso ardua — la sfida di riportare il basket d’élite nella Città Eterna.
La carriera di Bianchini resta un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia parlare di basket italiano: fu il primo allenatore a vincere tre scudetti con tre squadre diverse, conquistando i titoli con Cantù nel 1981, con Roma nel 1983 e con Pesaro nel 1988. Nel suo palmarès figurano anche 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Coppa Italia. Una autorevolezza che conferisce ancora maggior peso alle sue parole, ogni volta che sceglie di intervenire sul presente — e sul futuro — del movimento cestistico nazionale.