Dalla stagione 2026-27 le maglie della Premier League sono senza bookmaker, la Liga li ha esclusi dal 2021, l’Italia vieta tutto dal 2019: tre modelli a confronto, con risultati che non sono quelli previsti
La Premier League è ripartita con una novità che si vede a occhio nudo: sul fronte delle maglie non c’è più un solo marchio di scommesse. Il divieto, deciso dai club con un accordo volontario nell’aprile 2023, è entrato in vigore con la stagione 2026-27: l’ultima in cui un bookmaker poteva comparire come sponsor principale è stata la 2025-26. Non era un dettaglio: in quella stagione 11 club su 20 avevano un operatore di gioco sul petto. Il buco stimato per l’intero campionato è di circa 80 milioni di sterline a stagione.
In Italia quella strada era stata imboccata sette anni prima, e in modo molto più radicale. L’articolo 9 del decreto legge 87 del 2018, il cosiddetto decreto Dignità convertito nella legge 96 dello stesso anno, vieta “qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta” al gioco con vincite in denaro e include esplicitamente le manifestazioni sportive: non solo la maglia, ma anche i cartelloni, i pannelli a led e i nomi degli eventi, come chiariscono le linee guida dell’AGCOM adottate con la delibera 132/19/CONS. Quando la norma è arrivata, 15 club di Serie A su 20 avevano un accordo con un operatore. La FIGC ha stimato in circa 600 milioni di euro le sponsorizzazioni mancate tra il 2019 e il 2025; la Lega Serie A colloca la perdita annua oltre i 100 milioni.
La regola più severa d’Europa ha prodotto anche il risultato più facile da aggirare. Il main sponsor sul fronte della maglia dell’Inter è Betsson.sport, per una cifra intorno ai 30 milioni di euro a stagione fino a giugno 2028: il contratto di sponsorizzazione più ricco della storia nerazzurra. Betsson.sport non è un sito di scommesse ma un marchio editoriale e sportivo dello stesso gruppo, e così il logo resta sulla maglia senza violare il divieto. Il denaro è tornato al calcio italiano cambiando il nome del dominio.
Inghilterra e Spagna: due divieti, due risultati diversi
Il modello inglese è più stretto ma anche più letterale: fuori dal fronte della maglia, dentro tutto il resto. Le manche, il materiale da allenamento e i led a bordo campo continuano a ospitare marchi di betting, e operatori come Betano hanno spostato lì i loro accordi. La Spagna ha invece scelto il decreto: l’articolo 12 del Real Decreto 958/2020 stabilisce che il patrocinio “non è ammissibile su magliette o divise sportive”, e ha escluso gli operatori dalle maglie dal campionato 2021-22. Quando il Tribunal Supremo con la sentenza 527/2024 ha annullato diversi articoli della norma, dai bonus di benvenuto alla presenza di personaggi noti negli spot, quel divieto è rimasto in piedi.
In tutti e tre i Paesi il mercato è rimasto, cambiando solo il posto in cui si fa vedere. Nel Regno Unito e in Spagna il vincolo riguarda un supporto preciso, la maglia, e il resto dell’inventario ha assorbito la spesa. In Italia il divieto è più ampio e non guarda al mezzo ma alla natura del messaggio: fuori dal perimetro resta la comunicazione con finalità descrittiva e informativa sull’offerta legale, quella che l’utente raggiunge di propria iniziativa. Vale per la regolamentazione ADM e le tutele per i giocatori che riguardano i casinò online in Italia, consultate da chi cerca e non esposte a chi guarda una partita.
Cosa si muove in Parlamento
Sul fronte italiano la partita è aperta in due direzioni opposte. In Senato il disegno di legge Marcheschi punta a riaprire alle sponsorizzazioni dei soli operatori autorizzati dall’ADM, sul modello inglese e spagnolo. In direzione contraria si muovono una proposta del Partito Democratico, che estende l’interpretazione del divieto, e il ddl Boccia, che alza del 50% le sanzioni. Nel piano in 29 punti presentato al Governo dalla Lega Serie A la cancellazione del divieto è al primo posto, e nell’aprile 2026 l’ex presidente federale Gabriele Gravina ha definito il decreto in larga parte inefficace contro il gioco problematico.
La Premier League ha tolto i bookmaker dal petto delle maglie senza sostenere di averli tolti dal calcio, e ha gestito la transizione in tre stagioni: due club, Sunderland e Nottingham Forest, sono arrivati all’esordio senza aver ancora rimpiazzato lo sponsor. L’Italia ha vietato ogni forma di pubblicità e si ritrova con il contratto di maglia più ricco del proprio campionato firmato da un marchio che appartiene a un operatore di gioco. Sette anni dopo, quel divieto ha cambiato i loghi e non il mercato.