L’amara riflessione di Carlo Calcagni: “Il merito sembra diventato invisibile”

Articolo di Flavio Brambilla

"Non rivendico privilegi. Chiedo criteri trasparenti, valutazioni coerenti e risposte che consentano di comprendere le ragioni delle decisioni.".

Un’amara riflessione di Carlo Calcagni, il campione paralimpico che sta tenendo alto il Tricolore grazie ai suoi successi e a record mondiali abbattuti, uno dopo l’altro. La riportiamo integralmente

Oggi mi sono chiesto: a cosa serve continuare a lottare, se anche dopo tre record del mondo sembra che nessuno si accorga di me? Una domanda che nasce dalla stanchezza, dalla delusione, dalla fatica di chi è costretto a combattere ogni giorno su più fronti: contro una malattia gravissima, contro il dolore, contro le limitazioni fisiche e, troppo spesso, contro un’indifferenza che finisce per ferire anche dentro. Oggi non ho le forze mentali, oltre che fisiche, per allenarmi. Non ho quella motivazione che mi ha accompagnato tante volte, nemmeno quando il mio corpo sembrava non avere più nulla da dare.

E lo ammetto. Perché anche chi ha fatto della disciplina la propria regola di vita ha il diritto di riconoscere la propria stanchezza. Anche chi ha sempre insegnato agli altri a non arrendersi può attraversare un momento in cui tutto diventa più pesante, persino trovare la forza di compiere il prossimo passo. Sono un militare. Sono stato un comandante. Ho imparato che la disciplina può salvarti, che la determinazione può spingerti oltre limiti che sembrano invalicabili e che, anche nelle situazioni più difficili, bisogna cercare una ragione per andare avanti.

Ma non sono invincibile. Sono un uomo che convive con una condizione patologica devastante, che conosce il dolore, le privazioni e la fatica di dover lottare per la propria sopravvivenza. E oggi quella fatica pesa come un macigno. Quest’anno ho conquistato tre record del mondo. Ho vinto in campo nazionale e internazionale, nelle competizioni assolute e ai Campionati Italiani. Ho raccolto medaglie d’oro, vittorie e risultati che rappresentano il frutto di sacrifici enormi.

Nulla è arrivato per caso. Dietro quei risultati ci sono allenamenti affrontati nonostante il dolore, rinunce, sofferenza, disciplina e una volontà costretta continuamente a fare i conti con una malattia che non concede tregua. E allora mi domando: a cosa serve tutto questo, se il merito sembra diventare invisibile proprio quando i risultati dovrebbero parlare più forte?

Oggi, mentre vengono consegnati i Collari d’Oro e le altre onorificenze sportive, questa domanda pesa ancora di più. Vedere riconoscimenti attribuiti ad altri atleti per risultati di assoluto rilievo, anche in occasione di record mondiali, mi porta inevitabilmente a chiedermi perché, nel mio caso, non sia stata riservata un’analoga considerazione. Non pretendo automatismi. Non rivendico privilegi. Chiedo criteri trasparenti, valutazioni coerenti e risposte che consentano di comprendere le ragioni delle decisioni.

Perché la mia vicenda non comincia oggi.

L’8 agosto 2024, lo Stato Maggiore della Difesa ha emanato la circolare M_D A0D32CC REG2024 0178286, dedicata ai riconoscimenti degli atleti del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa per i risultati di rilievo nelle discipline paralimpiche.

La circolare richiama la necessità di assicurare agli atleti un corretto riconoscimento e un trattamento omogeneo, indicando criteri di valutazione e specifiche forme di riconoscimento per determinati risultati sportivi.

Eppure, dal 2014, non ho visto trovare adeguata applicazione, nel mio caso, alle disposizioni che ritenevo pertinenti alla mia posizione, nonostante i titoli e i risultati conseguiti in ambito militare e assoluto.

Nel dicembre 2025 ho osato chiedere spiegazioni. Ho domandato perché quelle disposizioni non avessero trovato applicazione nei miei confronti.

Ho chiesto trasparenza. Ho chiesto conto di una questione istituzionale.

Da gennaio 2026 sono stato escluso dal Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa.

Non posso affermare senza prove quali siano state le motivazioni di questa decisione. Posso però constatare la successione degli avvenimenti, esprimere le mie preoccupazioni e chiedere che le ragioni delle decisioni che mi riguardano siano chiarite.

Prima la revoca del richiamo in servizio. Poi l’esclusione dal Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa. Ora, anche davanti a tre record del mondo e a una stagione ricca di vittorie assolute, la sensazione di non ricevere la considerazione che ritengo adeguata.

Quanto può pesare, su una persona già duramente provata dalla malattia, la sensazione di essere continuamente esclusa, dimenticata, lasciata sola?

Non è soltanto una questione di medaglie o di onorificenze. È una questione di rispetto, di dignità e di coerenza tra i principi proclamati e i comportamenti concreti.

Si parla di inclusione, equità, pari opportunità e valorizzazione del merito. Ma questi principi devono valere anche quando riguardano persone che pongono domande scomode, chiedono spiegazioni e scelgono di testimoniare ciò che ritengono vero.

Io non voglio essere celebrato per la mia sofferenza. Non chiedo riconoscimenti per compassione. Voglio che i miei risultati siano valutati per quello che sono, nel rispetto delle regole.

E voglio poter chiedere perché, senza sentirmi costretto a pagare il prezzo della mia stessa domanda.

Fin qui, la mia amarezza. La mia delusione. La mia stanchezza.

Ma la mia storia non finisce qui.

Perché, se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni, è che possono togliermi un ruolo, possono escludermi da un contesto, possono ignorare i miei risultati. Ma non possono decidere loro quanto valgo.

Io so chi sono. So da dove vengo. So quanto mi è costato arrivare fin qui. Conosco il prezzo di ogni conquista, di ogni allenamento, di ogni volta in cui ho dovuto raccogliere le forze quando sembravano finite.

E questa consapevolezza è qualcosa che nessuna decisione esterna può cancellare.

Quello che sto vivendo fermerebbe chiunque, o almeno metterebbe a dura prova anche la persona più determinata. Non lo dico per sentirmi superiore agli altri, ma perché so quanto sia difficile continuare quando alla sofferenza fisica si aggiunge quella morale, quando ai limiti imposti dalla malattia si sommano delusioni che sembrano non finire mai.

Eppure, nonostante tutto, io non voglio permettere a tutto questo di scrivere l’ultima pagina della mia storia.

Non per dimostrare qualcosa a chi non mi riconosce. Non per inseguire un’onorificenza. Non per ottenere l’approvazione di chi ha il potere di concedere un riconoscimento.

Voglio continuare per me stesso, per la mia vita, per le persone che amo e per tutti coloro che, guardando la mia storia, riescono ancora a trovare una speranza nelle proprie difficoltà.

Per i ragazzi che incontro nelle scuole e ai quali insegno che la fragilità non è una vergogna. Per chi affronta una malattia, una disabilità, un’ingiustizia o una battaglia personale e pensa di non avere più risorse. Per chi, vedendomi affrontare ogni giorno i miei limiti, trova magari il coraggio di compiere un passo in più nella propria vita.

Non posso permettere che la mia delusione diventi il messaggio che consegno a queste persone.

Il messaggio non è che non si soffre. Non è che bisogna essere sempre forti. E non è nemmeno che si debba sopportare tutto in silenzio.

Il messaggio è che possiamo riconoscere la nostra stanchezza, concederci una pausa, chiedere aiuto e poi, quando ne ritroviamo la forza, scegliere ancora la strada che dà significato alla nostra vita.

Anche io oggi ho bisogno di fermarmi. Di respirare. Di riconoscere che sono ferito e che non devo dimostrare continuamente di essere invincibile.

Ma so anche che la mia disciplina, quella che mi ha accompagnato per una vita intera, non nasce dal bisogno di compiacere gli altri. Nasce da una scelta che ho fatto con me stesso.

E sarà quella scelta, non il giudizio di chi mi esclude o mi ignora, a guidare i miei prossimi passi.

Continuerò a testimoniare. Continuerò a chiedere trasparenza. Continuerò a rivendicare equità e rispetto.

Non perché non senta il dolore, ma perché conosco il valore della mia storia e la responsabilità che sento nei confronti di chi, attraverso di me, continua a credere che sia possibile andare avanti.

A cosa serve continuare a lottare?

Serve a non consegnare agli altri il potere di decidere quanto valgo.

Serve a difendere la mia dignità, la mia storia e il significato di ogni sacrificio.

Serve a dimostrare che l’inclusione non è una parola da pronunciare, ma un principio da tradurre in fatti concreti.

Serve alle persone che amo, a chi crede in me e a chi, magari senza dirmelo, trova nella mia storia un motivo per non arrendersi davanti alle proprie difficoltà.

E serve a me, perché la mia vita vale più di qualsiasi onorificenza e il mio valore non dipende da chi decide di riconoscerlo oppure no.

Oggi sono stanco. Oggi faccio fatica. Oggi non ho paura di ammetterlo.

Ma domani voglio ritrovare la forza di rimettermi in cammino. Non per vendicarmi delle delusioni, non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per continuare a essere fedele a me stesso, ai miei valori e alle persone che mi hanno insegnato quanto sia importante non perdere mai la speranza.

Io so quello che valgo. E proprio per questo non permetterò alle esclusioni, alle delusioni e all’indifferenza di avere l’ultima parola sulla mia vita.

Perché essere un riferimento per gli altri non significa non cadere mai. Significa avere il coraggio di raccontare anche quando si cade e dimostrare che una giornata difficile non deve necessariamente diventare una resa.

Questa sera mi concedo il diritto di essere stanco.

Ma la mia storia non si conclude con la stanchezza di oggi.

NON SI MOLLA. MAI ARRENDERSI, NONOSTANTE TUTTO E TUTTI, COSTI QUEL CHE COSTI.

 

Laureato in Lettere Moderne, ama redigere articoli di tutti gli sport con grande attenzione alle statistiche. In particolare, è appassionato di basket e di ciclismo, una passione trasmessa dal nonno che era stato gregario di Gino Bartali.

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