Slow fitness: il mercato nascosto

2 Novembre 2021

Le sette e quarantacinque della domenica mattina. Doppio appuntamento in palestra. Il primo con una signora sui settanta che mi ha chiesto dieci minuti di chiacchierata sulla bike, infattibile nel resto della settimana coi flussi “fast”. Specie al lunedì, quando si corre e se va bene faccio solo in tempo a salutarla rigorosamente per nome. Perché cerco comunque di concentrare la “qualità del servizio erogato” e dello human-to-human in un nanosecondo, benché i suddetti flussi quasi non me lo consentano.
Passiamo al secondo incontro. È in mezzo alle isotoniche, tutte libere data l’ora, con un’allieva di neanche venti in crisi col ragazzo. Crisi che, dalla prospettiva “grandi”, e ci metto dentro gli istruttori che non hanno voglia di perder tempo salvo non si tratti di pacchetto lezioni, è roba passeggera, trascurabile. Eppure, anche se su fronti opposti, due clienti del nostro centro fitness stanno chiedendo un servizio diverso. Che non c’è. Come proponessero una linea di produzione del fitness completamente diversa, meno sul pezzo ma invece di più. Ci si riempie la bocca quando si parla di necessità dell’H2H nel concludere affari di portafoglio, ma la stessa bocca si svuota improvvisamente se si tratta di relazioni non finalizzate al business.

Slow fitness: il mercato nascosto

La realtà, semi-sommersa, è che una domanda nascosta sta diventando una sommatoria infinita di domande. E tante domande costruiscono un mercato. Un bisogno di relazioni che dalla latenza ora è esplicitato e richiede un servizio fitness più lento, dedicato al conversazionale, all’interazione, al contradditorio, all’obiezione, alla pacca sulla spalla finale. Un fitness-and-human-coaching casereccio, senza slide e formule da multilevel. Don Matteo, quello della serie televisiva, sarebbe certamente migliore del sottoscritto e rappresenterebbe in questo caso il benchmark assoluto, ma questa domenica mi farò trovare pronto e dedicherò il mio tempo a qualcosa di diverso rispetto a tonificazione e dieta. Forse di ancora più importante per i clienti, per la palestra e per questo umile istruttore fornitore di servizio che, come in quel film in cui si cerca di denigrare il lavoro del cameriere, viene invece descritto come “l’arte suprema”. Quella di servire.

Servire anche nelle casse dei supermercati, quando una cliente che potrebbe essere la nostra nonna, o una ragazza col cappellino e cuffie dalla faccia triste che potrebbe essere la figlia del nostro amico con cui non riesce a comunicare, vorrebbero sfogarsi un po’. Purtroppo in quella stessa fila, cassa numero sette, il single con mono-dose di pollo e basmati, freme. Perciò il fast con lo slow fitness, è vero, non funzionerà mai. Ma nei lockdown, situazioni come queste e in tutto il mondo, nei supermercati e non nelle palestre chiuse, hanno portato solitudini infinite che hanno spinto aziende della GDO all’istituzionalizzazione della “cassa lenta”. Un primo esperimento, ma non escluderei soluzioni analoghe in alcuni centri fitness che investono su mercati in declino e trascurano l’elaborazione di un’offerta interessante. E poi le nonne hanno dei nipoti e non è detto che il passa-parola non possa subire da parte loro un’inattesa inversione.

Credits photo: it.depositphotos.com

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