Gli spazi fitness condivisi: palestre per non allenarsi

16 Gennaio 2022

Il 2022 del fitness: le iscrizioni non corrono, il cassetto piange e le rese sono all’ordine del giorno. Resistono i grandi, ma qualcuno di questi mollerà. Le difficoltà vanamente fronteggiate non sono rientrate e non hanno dato scampo neppure a qualche big player che ha conti da brividi: l’incremento dei costi energetici e il decremento dei ricavi da ridotta clientela spingono all’immediata rivisitazione dei format. Dopo un 2020 da trincea e un 2021 da speranza, per il 2022 ci si è dati una deadline da dentro o fuori. La prima ondata aveva eliminato i fragilissimi, la seconda i fragili, la terza i medi. La quarta si vedrà. Proprio come noi, nella battaglia al virus. L’outdoor, nel frattanto, ha ripreso a camminare (vedi Padel) per i motivi che sappiamo: divertimento, variabilizzazione della spesa, socialità, sicurezza. E con la terza primavera in arrivo che aspettiamo frementi dopo le prime due, non c’è ragione di credere che, salvo eccezioni, ci sarà la corsa alla fitness membership.

Gli spazi fitness condivisi: palestre per non allenarsi

Il problema si è già allargato e sta contaminando progetti nei quali palestre e spazi fitness condivisi, aree wellness in contesto di riqualificazioni immobiliari e urbane, pur essendo previste nei capitolati progettuali, alla luce dei dati spaventano gli investitori. Che non hanno torto. Si ripete la situazione degli hotels, costretti a inserire palestre nelle loro strutture sacrificando camere ma rifiutandosi categoricamente di studiare servizi ad hoc per clientele esterne, recuperando almeno il lucro cessante. Nessuno se la sente, né i manager che hanno le mani legate né i Chief Officers che quando sentono parlare di Wellness Room guardano solo all’incidenza del leasing per tecnologie. Questi settori, ovvero ricettività e immobiliare, si preparano con un filo di costrizione ad accogliere nuovi spazi fitness con una (vecchia) idea di “palestra format”. L’illusione del format che garantirà ROI è fuorviante.

Nell’onestà che dovrebbe contraddistinguerlo, in qualche caso il consulente dovrebbe avere il coraggio persino di non consigliarla l’installazione di una palestra. Perché finirà con l’essere inutilizzata. Meglio virare assieme al committente verso uno space concept con servizio “health” accessorio a richiesta, sorta di portineria della salute (Wellness Concergerie) meno costosa e ingombrante ma più centrata perché il fitness si è dematerializzato, ibridato, digitalizzato, remotizzato. Non va più a metri quadri di attrezzature isotoniche e metri quadri di macchine cardio ma è proponibile come servizio anche a chi affitta o compra casa o a chi passa due giorni in hotel che, quel giorno, non ha intenzione di allenarsi nella “palestra condominiale”. Perché è sì a caccia di un servizio o assistenza wellness di alto profilo, ma vuol metterlo in atto dove gli pare.

spazi fitness condivisi

Possibili azioni sul format:

Riconfigurazione dello spazio fitness: non training-area immutabile ma centro di produzione servizi e distribuzione di prodotti di filiera. La resa non è più misurabile moltiplicando gli utenti per metro quadro;

Estensione della gittata dello spazio fitness: legata al calcolo degli utenti potenziali su tutto il bacino gravitazionale, raggiungibili con servizio fitness fisico, misto, on-demand e prodotti. C’è un nuovo target non frequentante e che mai frequenterà una palestra;

Opzione “Home Station”: non obbligo di condividere lo spazio in hotel, condominio o azienda ma fornitura opzionale di home fitness corner con merchandising, tools, gadgets, acquistabili dall’utente che fanno “fatturato” trasportando il brand;

Conclusioni: non è detto che l’obbligo di condivisione della palestra di un condominio, hotel o azienda sia sempre gradito. Basta vedere tutti quegli spazi vuoti e senza alcuna assistenza costati uno sproposito che hanno fatto felici consulenti datisi alla macchia. Una palestra fatta davvero per allenarsi, non sarà mai messa in difficoltà da qualcosa che in altro contesto cerca di assomigliargli. Meglio correggere il tiro e mettersi a testa bassa sul nuovo “format”.

Foto di Miriam Alonso da Pexels

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