La consacrazione del duo comico arrivò con la televisione.
Si è spento Luciano Manzalini, che con Eraldo Turra aveva formato il duo comico dei Gemelli Ruggeri. Nato il primo gennaio del 1952, aveva da poco compiuto 74 anni. Laureato in chimica, Manzalini aveva iniziato a fare teatro alla fine degli anni Settanta, da dilettante di grande talento, al Centro Teatrale Roselle. Si presentava in scena con un’aria dimessa e malinconica, cantando brani come Love in Portofino con pause lunghissime e irresistibili. Attraverso quelle canzoni, e con un’intelligenza sottile, prendeva in giro i crooner, facendo emergere insieme la comicità di un repertorio d’altri tempi.
Per approfondire il lavoro teatrale aveva seguito alcuni compagni all’Itc di San Lazzaro, diretto da Roberto Cimetta. Da lì arrivarono le prime esperienze importanti, tra cui il Gran Pavese Varietà e diverse trasmissioni televisive. Nei Gemelli Ruggeri Manzalini incarnava la figura più stralunata e surreale dei due artisti.
Il primo vero snodo della carriera fu proprio il Gran Pavese Varietà, nato al Circolo Pavese di via del Pratello, fucina di alcuni dei comici più incisivi di quegli anni: da Patrizio Roversi a Siusi Blady, da Freak Antoni a Vito, passando appunto per i Gemelli Ruggeri. La consacrazione arrivò con la televisione: prima con i Mixerabili nel programma di Gianni Minà su RaiDue, poi con Antonio Ricci in Drive In (1983) e Lupo Solitario (1987). In quelle trasmissioni i Gemelli erano gli improbabili corrispondenti della televisione di Stato di Croda, immaginario paese dell’Europa orientale.
Accanto al successo televisivo, Manzalini e Turra non abbandonarono mai il teatro. Insieme segnarono una stagione fondamentale del cabaret bolognese e nazionale. Da quell’universo nacquero anche i film ambientati a Croda, parodie dello stile sovietico celebrativo, in cui i due, per finta mancanza di personale, interpretavano una quantità di ruoli diversi.
Manzalini recitò anche nel cinema d’autore, tra cui La voce della luna di Federico Fellini. La sua comicità si fondava più sui silenzi che sulle parole: sugli sguardi, sulle controscene, sulle espressioni. Con il corpo sempre più esile negli anni, sembrava una figura uscita da un fumetto, capace di generare un buonumore autentico e mai superficiale.
Aveva pubblicato anche alcuni libri, proseguendo sulla pagina scritta quella stessa ricerca ironica e malinconica che aveva portato in scena per tutta la vita.