Parma, non è tutto da buttare

Quasi un terzo di campionato se n’è andato e se è ancora presto per trarre bilanci, non è azzardato sostenere che il bilancio parziale del Parma non è esaltante. Il pensiero dominante tra i tifosi è che sul piano tecnico la rosa crociata è superiore a quasi tutte quelle delle (poche) squadre che stanno davanti in classifica. Eppure, manca qualcosa. Cosa? Non certo il carattere, perché altrimenti rimonte come quelle di Pordenone e Forlì non sarebbero state possibili.

Piuttosto, un’evoluzione di gioco, che non si è vista in 60 giorni. Dallo 0-0 di Modena, anzi dalle grigie esibizioni in Coppa Italia, all’1-0 tra i fischi contro il Mantova, nel gioco della squadra non è cambiato quasi nulla: soliti pregi (qualità, pur intermittente, nelle giocate sulle fasce e capacità di risolvere le partite con giocate isolate) e soliti difetti (manovra lenta e squadra spesso troppo lunga). Per fortuna che il tanto temuto girone B si sta rivelando un alleato, essendo l’unico senza corazzate già pronte per il piano superiore (Alessandria, Lecce, Foggia…), ma la svolta prima o dopo deve arrivare.

Magari, confidando di fare il proprio dovere a Fano, contro quel Gubbio che lo scorso anno inflisse nella poule scudetto il primo ko della storia del Parma 1913. Corsi e ricorsi, e allora chissà che per la legge dei grandi numeri tra poco non tocchi proprio al Parma guardare tutti dall’alto di una classifica instabile. Sarebbe il massimo, considerando i margini di crescita della squadra, magari ricorrendo al mercato. Eppure, a proposito di crescita, non tutto quello che è stato visto fin qui è da buttare. Perché detto che i 4 punti raccolti con i denti tra Pordenone e San Benedetto torneranno molto utili anche in ottica scontri diretti, l’opaca prova contro il Mantova ha evidenziato almeno tre aspetti da cui ripartire.

In primo luogo, la difesa a tre, must “apolloniano” fin dall’estate, che permette al centrocampo di stare più alto e agli esterni di spingere con più continuità. Poi, il decollo di Baraye. Il bomber della Serie D sembra aver trovato la propria dimensione da interno: due gol consecutivi e una maggior partecipazione alla fase difensiva fanno pensare che si sia trovata la posizione giusta per il senegalese, i cui tempi di inserimento potrebbero favorire pure quest’anno la doppia cifra di gol. Infine, l’innesto di Melandri.  

Apolloni, cui non può certo essere rimproverata la paura di cambiare e sperimentare, ha affiancato l’ex Forlì a Calaiò, venendone ripagato da una prestazione di sostanza nella doppia fase, con la chicca del gol procurato. Melandri è e resta un esterno, i movimenti sono da perfezionare così come l’intesa con Calaiò, ma non ci sono dubbi sul fatto che la coppia sia più compatibile rispetto a quelle che l’Arciere formerebbe con Evacuo e Guazzo. Dall’altro lato, non si può pensare di chiedere a Calaiò per altri 7 mesi il massacrante lavoro difensivo svolto sabato scorso.

All’orizzonte poi c’è il recupero di Nocciolini, destinato a riprendersi il posto da Melandri. O perché no a formare un 3-4-3 super-offensivo, a discapito di Scavone. Capito perché non è tutto da buttare?

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