Bartolomucci sono - 14 marzo 2016

Perdonate il ritardo. Dovuto ad una serie di eventi, non belli ma da attraversare per capire e far capire le cose del mondo. Nove giorni in Sicilia. Terra bellissima. Senza eccezioni. Terra povera e senza lavoro, dove c’è chi sceglie di trasferirsi dove spirano venti di guerra perché lì si lavora e si può provvedere al sostentamento della famiglia. Non è una prerogativa dei siciliani, quella di accettare i rischi della guerra degli altri, ma in percentuale sono i più numerosi, coi sardi e i meridionali in genere. Ho conosciuto Carlentini e Piazza Armerina, provincia di Siracusa la prima di Enna la seconda. Da una all’altra meno di novanta chilometri e un passaggio crudele dalla vita alla morte. Da Salvo a Filippo. Il primo ucciso da una sventagliata di mitra l’altro salvatosi grazie al coraggio condito da un po’ di buona sorte. Lavoravano insieme e insieme sono rimasti otto mesi prigionieri di una banda di veri balordi tunisini che in tempo di guerra si danno ai sequestri per racimolare grossi riscatti. Stavolta i tunisini sono morti tutti e senza urlare Allah è grande! Ho cercato di raccontare un dramma con i volti e le voci di gente che aldilà della retorica deve anche fare i conti coi segreti coi sospetti con uno stato che non sempre ha saputo dare risposte.
 
Ma questa è una rubrica di calcio e di calcio ho preso l’impegno di parlare. Parlando di calcio con uno dei rapiti, con Filippo che ce l’ha fatta confesso d’aver pianto e mi spiego.
 
Era il sabato di Inter-Palermo, ero nei pressi di Piazza Armerina, contrada Scarante/Colla. L'abitazione di Filippo Calcagno tecnico della Bonatti di Parma che lavora per l’Eni in Libia è in cima ad una via che interseca la strada statate che porta da Gela a Enna. Era arrivata la notizia della liberazione di Filippo e del suo collega ligure e stavamo aspettando  che una volta giunto a Catania da Ciampino arrivasse a casa per l’abbraccio con la sua gente. Eravamo una ventina, colleghi di giornali radio e tv. E avevamo davanti, erano le 20,30, almeno tre ore di tempo… Benedetti studi mobili. Il mezzo di Sky era collegato col satellite e si poteva vedere la partita fra Inter e Palermo. Facevo la spola fra il cancello dei Calcagno e il mezzo con la partita in diretta. L’Inter vince. Facile. Mi dicono che Filippo Calcagno è interista. Me lo dice Gianluca il figlio che invece è juventino. Finalmente alle 23,35 vediamo tante luci, sono le auto del piccolo corteo che accompagna Filippo a casa. Arriva illuminato dai flash saluta e piange. Un pianto liberatorio. Filippo non ha più la barba ha perso oltre venti chili di peso.
 
Decide di parlare per salutare il figlio si raccomanda non fate domande è stanco basterà una sua dichiarazione…
 
Appare sull’uscio di casa, sorretto da zio Aldo. “Sono molto provato…” parla col cuore e ricorda i due colleghi rimasti vittime dei mitra, vorrebbe ritornare in casa e non vedere nessuno. Quando è vicino a me gli faccio un sorriso e gli dico soltanto “Bentornato!” Lui mi fissa e aggiunge “Ma io ti conosco, io questo signore lo conosco…” Per qualche interista la mia faccia richiama i tempi del triplete quando ero con i nerazzurri. Accenno un sorriso e nonostante il suo volto sia davvero segnato dalla stanchezza provo a fargli cambiare umore “Filippo l’Inter ha giocato ed ha appena vinto…” Lui mi aveva identificato come il cronista che parlava dei suoi nerazzurri. Succede il miracolo ora Filippo sorride di gusto e aggiunge “Ah è una bella cosa, davvero una bella cosa. Quanto?” ed io 3 a 1. Lui sorride ancora ed entra in casa per un attimo volge nuovamente lo sguardo a mi saluta.
 
Credo che quel sorriso valga più di cento commenti.

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